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mercoledì 15 febbraio 2017
mercoledì 30 novembre 2016
Serata Shakespeariana
Celebrazioni Shakespeariane
AL POLMONE PULSANTE
Salita del Grillo 21 - Roma
CELEBRAZIONI SHAKESPEARIANE
Giovedì 1° Dicembre 2016 ore 19,00
Coordinano Antonella Antonelli e Renato Fiorito
Parteciperanno gli attori:
Parteciperanno gli attori:
Marco Belocchi, Giuseppe Lorin e Cristina Galardini.
i poeti:
Anna Avelli, Marzia Badaloni, Luca Benassi,
Alessandra Carnovale, Sabino Caronia, Daniela Cavallini,
Mel Carrara, Davide Cortese, Franco Di Carlo,
Francesca Farina, Antonella Giordano,
Giuseppina Marilena Mondello, Mario Montanari,
Anita Napolitano, Vittorio Pavoncello,
Roberto Piperno, Emiliano Scorzoni, Marcello Soro,
Massimiliano Testa, Michela Zanarella
lunedì 17 ottobre 2016
La terra contesa a Mortara
Una bellissima serata d poesia alla Biblioteca Civico 17 di Mortara. con Laura Fedigatti della Libreria "Mille e una pagina" e il poeta Luigi Balocchi che hanno parlato del poema "La terra contesa". Ringrazio la Direttrice della Biblioteca Civica Antonella Ferrara che ha reso possibile l'evento.e il numeroso pubblico intervenuto.
IL GIORNO 12 NOVEMBRE 2016 ALLE ORE 16,00
PRESSO LA BIBLIOTECA CIVICA DI MORTARA
LUIGI BALOCCHI E LAURA FEDIGATTI
PARLERANNO DEL POEMA "LA TERRA CONTESA"
mercoledì 3 agosto 2016
La terra contesa - Recensione del Prof. Carmine Chiodo
Recensione del Prof. Carmine Chiodo - docente di letteratura moderna e
contemporanea all'Università di Tor Vergata – Roma
Renato Fiorito, La terra contesa, Puntoacapo - Collezione
letteraria , Rende 2016 , pp.59.
Ben vengano versi come questi di Renato Fiorito, ben illustrati criticamente
da Manuel Cohen e Vincenzo Vita. Ciò che subito colpisce di questa silloge, ispirata
al film documentario <<Route 181-Frammenti di un viaggio in Palestina
-Israele>> di Eyal Sivan (cineasta israeliano) e Michel Khleifi (cineasta
palestinese) è la musicalità, la chiarezza del linguaggio, ma pure il punto di
vista di terzietà con cui il poeta Fiorito si pone davanti alla complessa,
difficile realtà di due popoli in conflitto.
Subito ci è dato leggere, all'inizio del libro, questi versi illuminanti: “Non emetto sentenze, / sto con le vittime. /
Tutte. / Uso le loro parole, non le mie. / Mi limito a questo: riporto il
dolore, ...”; ecco, è dunque il dolore, di cui parlano sia arabi che ebrei,
il protagonista della silloge.
Senza alcun
dubbio questa opera di Fiorito è tra le raccolte di più alto e consistente
valore umano e poetico apparse in questo periodo di tempo, e che sia cosi
è ampiamente provato dalla scabra essenzialità dei versi e dalla stessa
struttura dell'opera.
“Io amo gli ebrei, / Amare è bello, / Uscire
con le ragazze israeliane è facile, / Più difficile sono le arabe / perché hanno
paura. / A loro è proibito tutto, parlare e uscire. / Per questo i giovani
vogliono andarsene. / Non è per il lavoro. E' perché qui non si vive. / La
politica araba è un fallimento. / Non arriverà mai la pace.” ( Cantieri, p.17);
e più avanti: “Sono disumani
gli ebrei o le loro leggi? / È cattiva la gente o la legge? / Questo pezzo di
terra / dove vivo con le mie capre / me lo porteranno via / in nome di
una legge / che si sono inventata / sulla gestione della terra / e a
nessuno importa / se non ho dove andare” (p.19, Masmiye).
Il dramma che
vivono i due popoli emerge con intensità poetica in ogni verso: “La Palestina non ha frontiere / solo fili spinati” (Check point, p.36); “Nostro
figlio è morto da martire, / Tutto il petrolio del golfo / non vale uno dei
suoi capelli. / La morte di un figlio è terribile. / La vita, non i soldi,
è la cosa più sacra al mondo” (ivi , p.37).
Tuttavia il
poeta non smarrisce la speranza di pace. Al riguardo è significativa la
terza parte della silloge, che si intitola, appunto: “Ma io dico che tra noi dobbiamo fare la pace” Qui si può leggere,
in esergo, un brano della lettera che Ariel
Sharon scrisse a Arafat nel 2001: “Spero che riusciremo
in un futuro prossimo a trovare il modo di riannodare i contatti
personali per porre fine allo spargimento di sangue, di odio e di violenza e di
ricostituire la sicurezza e la cooperazione economica in modo da ottenere una
vera pace.” e trovare immagini
limpide e suggestive come, ad esempio, quella di una piccola manifestazione di giovani
pacifisti israeliani nei pressi di Hawara:
“Sono scesi dagli autobus
/ portando cartelli di pace / e latte in polvere / per i bambini assediati. / Passano
per i campi / per aggirare i posti di blocco, / I soldati hanno gas
lacrimogeni / I ragazzi barattoli di latta./ <<No alle armi, no
alle lacrime, no alle uniformi>> ritmano coi cucchiai sui barattoli / e
sono più belli dei soldati. / Nello scegliere tra legge e morale / hanno scelto
di infrangere la legge. / Chi è per la pace è già di là del filo spinato”
(Manifestazione, p.43), e versi che
aiutano a capire meglio ciò che accade nella terra “contesa”:
“Sarebbe cosi bello il cielo di Israele / se non ci fossero i caccia ad
attraversarlo” (Il confine, p.45); e oltre: “Un tempo c'era la pace. /
Mia madre andava senza timore a Rammallah / e suo fratello viveva senza
preoccupazioni / in un quartiere arabo” (ivi).
Al di là delle
ragioni politiche e delle differenze tra le parti contendenti, la cosa certa è
che palestinesi e ebrei vorrebbero la pace, vivere una vita tranquilla e senza
muri: “si può vivere insieme ebrei e arabi, /
come era in Tunisia, come era in Marocco. / In tutti i paesi arabi si viveva
insieme” (Sajarah, p.51). Basta dunque
con le armi, i fili spinati, la violenza, le bombe. Scoppi invece la pace,
perché ciò che conta davvero non è il “molto male che c'è stato, / ma il bene che se vogliamo ci sarà”.
A guardar bene
come è congegnata, la raccolta si configura come un vero e proprio poemetto, delizioso
poemetto narrativo di altissima e profondissima sostanza umana e poetica,
trionfo della poesia vera e non di quella che gira a vuoto o vive di schemi astratti
e astrusi.
Renato Fiorito
con questo suo lavoro dimostra di saper comporre versi su temi di fondamentale importanza,
come la guerra, l’oppressione, la miseria, rinunciando alla retorica e con l’umiltà
del testimone che si fa da parte per assumere la voce di chi soffre sulla
propria pelle il dolore del conflitto: “Mi sono sposata nel'54. / Abbiamo
avuto otto figli. / Il più piccolo è stato ucciso nella guerra del Libano. / Era
il bambino più bello del mondo. / È per questo che non sopporto più Israele” (Sajarah,
p. 50); oppure ”La gente araba vive in ghetti decrepiti,/ [...] / Il mio nome è Myriam / Questa casa è una vera tomba senza
finestre ./ L'abbiamo presa per viverci in otto” (ivi).
Quando c'è la guerra succede di
tutto, e a tal riguardo si legga il testo che si intitola “Il ghetto”. Qui orrori su orrori, morte, stupri, cadaveri, resti umani per strada,
soldati che saccheggiano e commettono ogni abuso
sulla popolazione: “Ci sono stati stupri. / Uno proprio
davanti a casa mia, / Ne sono stato testimone. / C'era una donna con un neonato
di un mese e mezzo. / Sei uomini sono entrati in casa / e l'hanno violentata. /
Lei è scappata abbandonando il bambino. / Quando l'abbiamo ritrovata non voleva
più vederlo, / Sembrava impazzita, Gli occhi perduti. / Ma non era pazza
/ era solo una donna disperata. / Il fatto è che un soldato, quando nessuno lo
vede / può fare quello che vuole” (p. 32)
Poesia splendida questa di Fiorito, che si conclude con una inaspettata nota di speranza. Citiamo i versi: “Voi non immaginate cosa sia questo: / suonare nelle strade fianco a
fianco / e gettare via il conflitto / semplicemente ballando, / E' la speranza
la musica di un popolo” (Festa,p. 52). Ma prima si legge: “La luna dorme sopra le pietre. / Gli Yemen blues cantano nella luce, / Arabi
e giudei nello stesso posto, / musica e cibo mischiati ,/Gerusalemme è
sacra per tutti” (ivi).
Il poeta, l'uomo Fiorito
sta dunque con gli ultimi, con gli oppressi, accanto a coloro che non vogliono la guerra e chiedono solo “un po' di giustizia / se fosse loro concessa, / per fermare l'odio / e dire basta
ai morti”.
In conclusione, “La terra
contesa”, è un notevole libro poetico che guarda alla guerra con gli occhi
della gente comune, mettendone a nudo la follia, la crudeltà, il razzismo. I
politici, i governanti, i potenti della terra farebbero bene ad ascoltare
la loro voce che dice basta ai morti, ai fili spinati, alle bombe, all'odio
tra gli uomini.
Mi auguro che
quest'opera di Renato Fiorito possa essere letta e meditata da tantissime
persone, poiché in essa potranno trovare vera poesia e veri sentimenti umani.
Carmine Chiodo
venerdì 3 giugno 2016
Presentazione de "LA TERRA CONTESA"
Giovedi 9 giugno in Via Ostiense 106 Roma, alle ore 18,00, nell'ambito di un progetto dedicato al cinema palestinese, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, presenterà il poema "La terra contesa" di Renato Fiorito .
E’ un libro sul conflitto israelo-palestinese che dà voce alla gente che vive in quella terra, partendo dai suoi bisogni, da quello che soffre, dai ricordi e dalle speranze che coltiva.
Recensiranno il poema Manuel Cohen, critico letterario, scrittore e poeta, e Vincenzo Vita, Presidente della Fondazione AAMOD.
Angela Brusa e Eduardo Fiorito. leggeranno alcuni brani.
Il libro è acquistabile sul sito dell’editore Puntoacapo, al link: http://www.puntoacapo-editrice.com/#!123/cxjo
e sui siti online: IBS – Libreria Universitaria - Unilibro, ai link:
domenica 22 maggio 2016
LA TERRA CONTESA - Puntoacapo Edizioni
La terra contesa è quella di Palestina, le vicende che vi si narrano in forma poetica sono quelle dello scontro tra israeliani e palestinesi, le opinioni che si riportano sono quelle della gente comune: la venditrice di bibite, l'operaio, la barista, ecc. Si parte cioè dai bisogni della gente, dalle loro speranze e dai loro rimpianti, e non dalle ideologie, e lo si fa con le loro parole, non con le nostre.
Dalla postfazione di Manuel Cohen
Non è semplice, non è agevole, non è facile affrontare un tema tanto spinoso, dirimente e divisorio quale è la vicenda israelo-palestinese nel suo complesso. Renato Fiorito si misura con una questione che ha poco o nulla di oggettivo, continuamente soggetta come è alle sovrastrutture del nostro immaginario (di uomini, per giunta, distanti e occidentali); variabilmente segnata, come si presenta o come appare, dalle continue e giustapposte letture di contesto e visioni ideologiche preconcette e unilaterali: di volta in volta filoarabe, filoisraeliane, filoamericane, antigiudaiche, antimusulmane, antimperialiste, colonialiste, filoccidentali, filorientali....

mercoledì 23 dicembre 2015
CONCERTI DEL TEMPIETTO
SALA BALDINI - PIAZZA CAMPITELLI, 9 . ROMA
SABATO, 26 dicembre 2015
ore 16.30: i poeti:
Antonella A. Rizzo, Renato Fiorito, Stefania Di Lino,
Diana Cavorso, Carla De Angelis, Massimo Pacetti
ore 17.15
Alessandro Romagnoli (pianoforte)
L. van Beethoven: Sonata in Mi Maggiore Op. 109
F. Chopin: Notturno in Re b Maggiore Op. 27 n. 2, Ballata n. 4 in Fa Minore Op. 52)
M. Musorgskij: Quadri di un’esposizione
domenica 15 novembre 2015
PIOGGIA OBLIQUA
Una selezione de poesie tratte dalla silloge "Legàmi" è stata pubblicata in Pioggia Obliqua - Scritture d'Arte
http://www.pioggiaobliqua.it/poesia-le-proposte-2/
venerdì 13 novembre 2015
Concurso Internacional Juan Montalvo
Questo brano, tratto dal mio romanzo "Ombre" è stato scelto per la pubblicazione nell'antologia curata dai Dipartimenti di Lingue e Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il Consolato Generale dell'Ecuador e con il Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura di Milano
Il Consolato
Generale dell’Ecuador a Milano, insieme al Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura
presente nella stessa città, ha scelto di collaborare con i Dipartimenti di Lingue e
Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali
dell’Università degli Studi di Milano nell’organizzazione di una manifestazione di più
ampio respiro culturale ed etico, che aprisse alle narrazioni e alle immagini e
rispondesse agli stimoli dello scritto che segue.
STORIE GEOGRAFIE PAESAGGI MIGRANTI
La geografia sociale con la sua attenzione alla mutabilità e mobilità del territorio, e
la letteratura con la sua particolare vocazione a cogliere le sensibilità e a interpretare le
storie dei soggetti in transito, ridisegnano una mappa per sua natura “migrante”, svelando
le complessità sedimentate nel terreno, nel profilo del paesaggio, perfino nelle tracce
disperse nei mari, testimoni di tratte e dolorosi distacchi dalla madrepatria.
Un paesaggio
mutevole e aperto in cui risulta preziosa la testimonianza di chi parte - il viaggiatore, il
nomade, l’emigrante, l’esiliato - e le diverse prospettive di chi resta, accoglie, rifiuta,
favorisce e promuove percorsi di integrazione.
E’ stato muovendo da queste riflessioni e dalla grande sensibilità del governo
ecuadoriano verso la salvaguardia dell’ambiente del nostro pianeta, che sono stati
invitati italiani e stranieri a partecipare al concorso, dedicato a Juan Montalvo,
prestigiosa figura letteraria ecuadoriana dell’800. La giuria internazionale, in parte
composta da docenti dell’Università degli Studi di Milano, ha poi selezionato dieci
opere per ogni sezione, che pubblichiamo in questo dossier.
Irina Bajini
Università degli Studi di Milano
RACCONTI di Belozorovitch, Bianco, Castillo-Briceño,
Fargion, Fiorito, Jara Albán, Lang Gutiérrez, Mugnaini,
Navarrete Mier, Villa
http://riviste.unimi.it/index.php/AMonline/article/view/4148/4221
Il mare
di Renato Fiorito
E alla fine giunsero al mare. La sabbia era bianca sotto la luna. Era stato un viaggio
breve, eppure lunghissimo per entrambi. Aveva attraversato il deserto, Hassad, per
arrivare lì. Aveva visto la sua casa bruciare. Aveva visto morte e sofferenza. Era fuggito
di notte su un carro, nascosto sotto la paglia, per non essere preso. Ed il deserto era
diventato dapprima rovente sotto il sole, poi freddo alla luce delle infinite stelle, e poi
ancora infuocato. Infine era arrivato al mare, che non aveva mai visto prima di allora, e
trovata una barca per attraversarlo, lasciandosi dietro la morte dei suoi amici, dei
compagni con cui aveva lottato, di quelli che lo avevano amato. Sarebbe ritornato un
giorno. Lo avrebbe fatto, se ci fosse stata di nuovo una speranza per quella terra
depredata e bellissima.
Aveva attraversato il mare, stretto a decine di altri disgraziati, che avevano
soltanto i loro vestiti e qualche dollaro avvolto nella plastica, cucito nel segreto del
mantello. Fragile nascondiglio, facile da scoprire, che infatti mani sacrileghe, con la
forza o con l’astuzia, spesso strappavano alla santità del loro sacrificio.
Aveva attraversato il mare Hassad, ma, in prossimità della costa, anche i suoi
dollari gli erano stati rubati, e l’avevano gettato in acqua con la forza, come avevano
già fatto mille altre volte con altri disgraziati come lui.
Alla fine, con la volontà di Allah, era arrivato a terra e si era nascosto stremato in
un fosso, bagnato e tremante nonostante non facesse freddo.
Vi rimase l’intera notte, poi iniziò a girare per le città, prendendo treni senza
avere il biglietto e nascondendosi in vagoni merci poco controllati o su vetture zeppe
di pendolari che lo guardavano con sospetto.
Aveva raccolto pomodori, scaricato frutta ai mercati, lavorato in cantieri abusivi
che tiravano su case in venti giorni, aveva dormito sotto mille ponti e ripari
squinternati, aveva trovato la carità di pochi e le ingiurie di molti. Alla fine aveva
dimenticato quello che sapeva, quello che era, quello che sperava. Hassad il
clandestino, Hassad fuggito dall’odio e dalla morte, Hassad che sapeva di Ovidio e di
storia romana, perché l’aveva insegnata ad Addis Abeba, non si ricordava più della sua vita e dei suoi studenti. Aveva insegnato loro l’orgoglio di essere africani, ma aveva
smarrito il suo.
E poi aveva incontrato quella mano, quella tenera mano di donna, quella tenera
mano di donna cieca, e si era aggrappato a lei, come se il cieco fosse stato lui. Per lei,
aveva ritrovato parole che credeva perdute. Le parole della complicità e della
comprensione, per guidarla oltre il buio che l’avvolgeva, oltre la realtà povera e grigia,
oltre l’indifferenza e l’egoismo della gente. La promessa fatta un giorno a sua madre
era diventata un giuramento fatto a se stesso.
“Non fare del male a Sabrina,” aveva detto la mamma morente “promettimi che
non gliene farai.” E lui l’aveva promesso, su Allah, sul suo Dio e sul nostro, che poi sono
la stessa cosa, poiché uno solo può essere il Dio dei cieli e della terra.
“Ti giuro che veglierò su di lei e la proteggerò.”
Così Hassad, che non possedeva altro che il proprio vestito, che non aveva casa,
né denaro, né lavoro, che era clandestino e dunque delinquente, secondo
un’equiparazione falsa e razzista, fece una promessa che non sapeva come mantenere.
Ma si era impegnato, giurando a sé stesso, di raccattare negli angoli delle strade le
speranze disperse, per curare le ferite che il mondo aveva inferto a quella povera
ragazza, regalandole quel poco che aveva.
E Sabrina, che aveva visto il padre morire sul lavoro, che era stata cacciata dalla
sua casa, che credeva di morire il giorno stesso in cui aveva visto chiudersi gli occhi di
sua madre, perché quelli erano i suoi stessi occhi e solo con quelli vedeva, si affidò a
quella mano e le sembrò che la vita non fosse più così brutta.
Ora erano al mare. La sabbia era bianca e la luna disegnava losanghe di luce
sull’acqua.
“Com’è il mare?” chiese Sabrina, mentre si sedeva sulla sabbia e piccoli grani
freddi le scivolavano tra le mani. “Non è giusto che una persona attraversi questa vita
senza sapere cosa sia il mare.”
Hassad cercò lentamente le parole che potessero darle il senso di
quell’immensità che le era negata. “Il mare non si può dire com’è. Il mare è acqua
infinita, ed è di più, è movimento senza fine ed è di più. Il mare ha colori rubati al cielo
e lascia specchiare la luna. Il mare è una curva lontana che segna il confine del mondo.
Ma il mare è ancora di più, entra dentro, diventa parte di chi lo guarda, è la speranza di
partire, è la certezza che la pace è possibile, è il sole che esce dalle onde e dice che,
nonostante tutto, nonostante noi, da qualche parte lontana o vicina, Dio esiste.”
“Hassad come fai a trovare parole così belle? Che gusto ci provi nel farmi
commuovere?”
I due giovani stavano sulla spiaggia, tenendosi strette le mani e sentivano i loro
corpi toccarsi. Ascoltavano parole che i loro cuori riconoscevano e che non
nascondevano altro che la loro felicità.
Nel silenzio, si udì il richiamo di un uccello notturno. “Che colore ha il mare, Hassad?” chiese ancora Sabrina.
Hassad vide i riflessi della luna sull’acqua e le disse del colore nero e di quella
striscia luminosa che finiva sulla spiaggia, scherzando con le onde. E quella striscia era
un nastro che avvolgeva il mondo e lo rendeva bello, come un regalo di Natale, come
un fermacapelli d’argento sulla testa di una donna, come una strada di luce che
conduce dove c’è ancora spazio per i sogni.
“Il mare dev’essere la cosa più grande che ci sia. Come mi piacerebbe, per una
volta vederlo anch’io. Dimmi Hassad, cosa si prova di fronte a tanta acqua?“
Hassad avrebbe voluto darle i suoi occhi. Avrebbe voluto strapparsi quegli occhi
che avevano visto dolore e miseria, sporcizia e crudeltà, che aveva chiusi per la
vergogna e l’impotenza di fronte alle miserie della sua gente e regalarglieli, perché
potessero riscoprire la bellezza dimenticata e raccontarla al mondo.
“Sono sporca Hassad, non è assurdo rimanere sporchi con tanta acqua?”.
“Vuoi bagnarti? Puoi farlo se vuoi.”
“Oh dio, se lo vorrei, ma non ho un costume, non ho niente.”
“Non c’è nessuno. Siamo soli, Sabrina, non senti che c’è solo il rumore del mare?”
Allora lei si tolse i vestiti laceri, si tolse tutto e restò nuda nella luna mentre un
brivido di felicità le attraversò la schiena.
“Come sono Hassad?”.
“Sei la creatura più bella che la luna abbia mai illuminato.”
“Ti sei spogliato?” chiese Sabrina.
“No.”
“Allora fallo anche tu!”
Sentì Hassad che si toglieva i vestiti e poi la sua mano sicura che la conduceva
verso l’acqua. I loro corpi erano luminosi come quelli degli angeli. Quando sentì il
rumore del mare vicino, Sabrina gli lasciò la mano e si mise a correre. Corse verso quel
leggero ritmico fruscio, verso l’odore fresco di salsedine, ridendo di felicità. Sentiva
Hassad che le correva dietro.
Tutta la vita, tutta l’emozione, tutto l’amore confluiva in quell’unico momento.
Due corpi bellissimi che correvano verso il mare, che si lasciavano bagnare dalle onde,
ridendo e inciampando, abbracciandosi e lasciandosi.
Niente è perduto se così assurda e improvvisa può nascere dal nulla la felicità.
L’acqua era calda e Hassad vedeva solo il riso di Sabrina e il suo corpo fluido che
aveva la luce della luna e lo stesso profumo del mare. Al limitare della strada, le dune
erano coperte di neri arbusti che profumavano di lentischio nella notte. Un brivido di
freddo li colse.
Tornarono a riva e la camicia di Hassad servì bene o male ad asciugare i magri
corpi. Il resto lo fece l’amore ed il calore che si scambiarono segretamente e che
quell’immensa spiaggia, in milioni di notti simili, aveva imparato a custodire.
“Parlami di te Hassad e del paese da cui vieni.” Hassad le raccontò allora dell’Etiopia, dei piccoli villaggi, delle capanne fatte di
tronchi d’albero tenuti insieme dal fango, e dei tetti di paglia a forma di cupola; e le
disse dei pavimenti fatti di escrementi di mulo essiccati e delle pareti rivestite di ritagli
di giornale. Ma la sua casa no, la sua casa non era fatta così, disse con una punta di
orgoglio. La sua casa era un antico castello sul lago Tana, vicino all’antica citta di
Gondar, che un tempo era la capitale dell’Etiopia, e che si trova sugli altopiani a nordovest
del paese. Una grande casa che doveva testimoniare la potenza della sua
famiglia nella regione, e che, invece, non riuscì a salvarla dalla violenza e dalla
vendetta. Le parlò dei suoi tanti fratelli, dei giochi nelle strade, e di suo nonno, che era
il capo della famiglia e membro autorevole del Kebelé e che, quando era bambino, gli
aveva insegnato l’italiano.
Le parlò della nonna che, nei giorni di festa, cucinava lo uòt, un ragù con pezzetti
di pollo, montone, uova e ceci, che mangiavano insieme a una frittella piatta che si
chiama njera. Altre volte invece mangiavano carne cruda intinta nel berberè, che è una
salsa di peperoncino tritato, così forte da far lacrimare chi non è un vero Amhara.
“Tu sei un Amhara?”
“Si.” disse Hassad, che aveva capelli ricci e neri, e occhi come tizzoni che Sabrina
sentiva su di sé come spilli, anche se non li poteva vedere.
“Al tramonto i giovani passeggiano sulle rive del lago Tana” continuò Hassad,
che ormai era preso dai suoi ricordi, “a guardare i riflessi del tramonto sull’acqua e a
sentire le musiche della nostra terra. A volte c’è chi suona il begana, che è poi la lira dei
greci, la stessa con cui forse Omero accompagnava i suoi versi, altri si divertono a
percuotere strumenti improvvisati che hanno costruito loro stessi, come il masenko,
che ha una sola corda, ricavata dalla criniera di un cavallo.
Ma ciò che vorrei che vedessi davvero sono le enormi cascate del Nilo blu. Tu che
ami il rumore dell’acqua che scorre, lì sentiresti come un rombo umido avvolgerti
completamente e una pioggia infinita di milioni di goccioline splendenti posarsi sul
corpo.”
“Perché sei venuto qui, Hassad, in questo inferno senza pietà, quando la tua terra
è così bella?” chiese Sabrina.
“Sono scappato perché la mia famiglia si era schierata contro il governo che,
seppure sconfitto alle elezioni, aveva sostenuto ugualmente di averle vinte; moltiplicò
i suoi voti con brogli e mandò l’esercito nelle strade di Addis Abeba e delle altre grandi
città per reprimere le proteste. A Gondar sparò sulla folla e ci furono vittime a centinaia
tra gli studenti, tra la gente inerme, tra quelli che avevano creduto che la democrazia
fosse possibile. I giornali dissero che quelle manifestazioni erano illegali e i dimostranti
fuorilegge. La comunità internazionale si girò dall’altra parte.
Così la polizia venne a cercare mio padre e mio nonno e li arrestò. Io persi il mio
posto di insegnante di storia e letteratura italiana e dovetti fuggire insieme a due miei fratelli. Ma credo che solo io sia riuscito a portare a termine la fuga. Degli altri, di mio
nonno, di mio padre, dei miei fratelli non ho saputo più niente.”
I due giovani si distesero sulla spiaggia. Ad Hassad sembrò che la volta del cielo
fosse un’enorme bottiglia di vetro scuro e che lui fosse all’interno di questa bottiglia a
guardarne la volta ricurva, e che fuori della bottiglia si distendesse uno spazio
sconfinato e senza tempo, il cui significato gli era precluso. Uno spazio sconosciuto
all’uomo, in cui qualsiasi cosa poteva celarsi, compreso Dio, poiché nessun uomo era
mai uscito fuori dalla bottiglia.
Si addormentarono abbracciati, proteggendosi l’un l’altro e sentendosi come
due naufraghi fluttuanti dentro il mistero dell’universo.
Alle prime luci del giorno andarono via. La stazione era ancora vuota di pendolari
e raccoglieva sonnacchiosa il primo sole. Si sedettero su una panchina e attesero il
treno.
“Vorrei non tornare in quella lurida stazione.” disse Sabrina.
“Non ci torneremo.” rispose Hassad.
“E dove possiamo andare?”
“Una volta sono stato, con uno del mio paese, a caricare legna sopra Rieti, su
certe montagne bellissime e quasi disabitate. Lassù ho visto un paesino
completamente abbandonato. C’erano le case, le strade, la chiesa, ma le persone non
c’erano più. Mi sembrò incredibile, e mi venne voglia di andare ad abitare in una di
quelle case, di metterla a posto e restarci. Poi non l’ho fatto perché sarei stato troppo
solo. Ma ora che ci sei tu, se vuoi, potremmo andarci davvero.”
“Ma se il paese è vuoto, come faremo a viverci?”
“Anche se è disabitato, vicino ci sono altri paesi, dove vi sono persone, negozi,
fattorie e persino ristoranti.”
“Sarebbe bello, ma noi non abbiamo un lavoro, non abbiamo soldi, non abbiamo
niente!” obiettò Sabrina.
“Non ti preoccupare. Io so come fare. Tu magari non ci fai caso, ma la gente ha
così tanti beni che deve abbandonarli per strada per comprarne di nuovi. Le persone
sembrano prese da una specie di frenesia che le costringe a gettare via oggetti nuovi,
per sostituirli con altri ancora più nuovi e moderni, anche se le cose buttate sono a
volte perfino più belle di quelle acquistate. Allora ho imparato a raccogliere questi
oggetti, pulirli, aggiustarli e poi rivenderli ai mercatini ed alle fiere di paese.
Ed è così anche per il cibo e per ogni altra cosa. I negozi di alimentari, ad
esempio, hanno sempre merce in scadenza che devono eliminare, anche se è ancora
buona. Potremmo farcene regalare un po’ e utilizzarla per le nostre necessità. In quel
paesino che ti dicevo, poi, gli orti sono stati abbandonati. Noi potremmo coltivarne
uno. Con pochi soldi potremmo comprare semi e farli diventare piante, comprare
pulcini e farli diventare galline e raccogliere le uova per mangiarle o venderle. Per i vestiti poi basterà chiederli, Nessuno vuole più gli abiti usati; perciò, se li
chiediamo ce li regaleranno volentieri, se non altro, per svuotare gli armadi stracolmi.
Fidati di me. Si può vivere anche senza soldi. Ma se vuoi, sapremo fare anche quelli.”
Così non tornarono alla stazione Termini ma presero una corriera che
lentamente si inerpicò tra i monti, attraversando infiniti paesini sempre più piccoli, in
ognuno dei quali questa lasciava scendere alcuni passeggeri, svuotandosi lentamente,
come una strana clessidra che, a misura del suo tempo, sparpagliava per le montagne i
suoi grani, finché, quasi vuota, si fermò alla stazione che Hassad già conosceva.
Allora i due scesero, tenendosi per mano, e continuarono a salire a piedi per un
tratturo che si inerpicava tra prati verdissimi, fino ad arrivare sulla piazza del piccolo
paese che Hassad aveva visto a suo tempo e che era ancora completamente
abbandonato.
Affacciata a una finestra, una mucca pezzata ruminava tranquillamente. La casa
aveva intorno un ampio orto, ormai incolto ed approssimativamente delimitato da una
staccionata in buona parte crollata. Ma il tetto sembrava ancora integro e le finestre
avevano gli infissi quasi in buono stato. Il sole entrava dolcemente nelle stanze e in
una di queste c’era perfino un camino in pietra grigia che sarebbe tornato comodo
d’inverno.
Hassad pensò che quella poteva essere la loro casa e chiamò Sabrina per fargliela
visitare.
Lei entrò, appoggiandosi al suo braccio e sentì che la casa era asciutta e che il
sole le carezzava il viso, e rise felice. Allora Hassad raccolse dalla strada una tavoletta di
legno e vi scrisse sopra con un pennarello “Sabrina e Hassad” e la fissò a lato della
porta d’ingresso.
Sabrina si sedette su una panca, che sembrava messa lì da tempo immemorabile,
e si assopì al sole. Hassad la lasciò dormire e andò a vedere se in casa c’era qualcosa
che poteva tornargli utile. Trovò un letto, benché senza materasso e, in un’altra stanza,
un armadio e un comò che avrebbe potuto facilmente restaurare. In cucina c’erano
una vecchia madia verde e un tavolo sbilenco dello stesso colore, addossati al muro.
Non era molto, ma abbastanza per iniziare, con un poco di fortuna, una nuova vita.
lunedì 28 settembre 2015
LE RAGUNANZE
PREMIATE CON MENZIONE D'ONORE 2 MIE POESIE A "LE RAGUNANZE"
I premiati della Seconda Ragunanza di Poesia
L’ A.P. S. Le Ragunanze con i patrocini del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe comunica i nominativi di tutti gli autori premiati ai quali vanno i complimenti della Giuria composta da: Roberto Ormanni (Presidente di Giuria), Dario Amadei, Elena Sbaraglia, Alberto Bivona, Giuseppe Lorin e Michela Zanarella.
Sezione a tema libero:
- Il petalo del giorno dopo – Marco Managò
- Moto a luogo – Bartolomeo Bellanova
- Sulla bellezza – Nuccia Martire
Menzioni d’onore:
La mia strada – Vinicio Salvatore Di Crescenzo
Mare e nembi – Gianni Di Giorgio
Germogli– Antonella Monaco
Una donna cigno- Renato Fiorito
Gli uomini hanno tutti mani grandi– Virginia Murru
Il fuoco degli anni – Vincenzo Lubrano
Invisibili – Cristina Biolcati
Sezione natura:
- Dieci sievert – Marco Marra
- Nei borghi – Nuccia Martire
- Piovra metropolitana – Franco Campegiani
Menzioni d’onore:
Deepwather Horizon – Renato Fiorito
Terrafiglia – Barbara Bracci
Ritorno a Montemaggiore– Francesca Luzzio
Credere oltre l’impossibile- Anna Manzo
Disincanto– Renato Volpone
Natura viva – Vincenzo Lubrano
Affresco – Maria Miraglia
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