Le vie della storia e dell’anima: Strade dissestate di Renato Fiorito
di Luca Benassi
Per entrare
in Strade dissestate di Renato Fiorito, conviene partire proprio dal
titolo, dalla porta che l’autore apre davanti agli occhi del lettore. Le strade
evocano un movimento, un cammino, un viaggio. Non si tratta di un percorso
agevole, né di un itinerario rassicurante, sono invece percorsi accidentati,
segnati dalle ferite della Storia, dalla violenza, dal dolore e dalle
contraddizioni del nostro tempo. Percorrerle significa accettare di
confrontarsi con ciò che spesso preferiremmo non vedere, lasciandoci
accompagnare dalla voce del poeta, che per primo si è messo in cammino. Come
osserva Annamaria Curci nell’acuta postfazione, il viaggio proposto dal libro
attraversa il tempo e lo spazio, si muove tra le campagne e le città del nostro
Paese, raggiunge luoghi lontani devastati dalla guerra, dalla fame e dalla
povertà, ma si inoltra anche nei territori più intimi dell’esperienza umana: «al
gesto della scelta delle mete del viaggio, scelta consapevole, responsabile, si
accompagna un’interrogazione costante circa il coinvolgimento di tutti gli
umani, non escluso l’io poetico, in cause, conseguenze, ricadute nella breve e
nella lunga distanza. Le constatazioni e le considerazioni che scaturiscono
dalle risposte alle domande che costellano quella ‘interrogazione costante’ non
sono mai prive di un’esortazione a viaggiare a occhi aperti per le strade
dissestate.» È proprio questa pluralità di direzioni a rendere la raccolta
particolarmente significativa. In essa si intrecciano la Storia collettiva e le
vicende individuali, la denuncia civile e la riflessione esistenziale, la
necessità di testimoniare e quella di interrogarsi sulla propria vita. Se
questa è la porta d’accesso al libro è necessario vede quali percorsi si
snodano all’interno, che corrispondono ad altrettanto vocazioni di viaggio.
Una prima
vocazione del viaggio è di natura storica e civile. Fiorito richiama all’attenzione
del lettore alcune delle pagine più dolorose del Novecento e della storia
recente: la ritirata delle truppe italiane e tedesche sul Don nel 1942, la
strage di Marzabotto del 1944 il massacro delle foibe, l’attentato terroristico
al Bataclan di Parigi del 13 novembre 2015 il crollo del ponte Morandi a Genova
del 14 agosto 2018 e le vicende belliche che continuano a insanguinare la
Striscia di Gaza. Eventi diversi, lontani nel tempo e nello spazio, vengono
ricondotti a un medesimo orizzonte di sofferenza, nel quale la violenza umana
lascia ferite profonde e troppo spesso destinate a ripetersi.
Il poeta
non si limita a evocare gli avvenimenti storici. La sua attenzione si sposta
dalle vicende alle persone, dalla cronaca alle esistenze che la cronaca rischia
di ridurre a numeri o di dimenticare. È questa la seconda vocazione del
viaggio, quella umana e civile: entrare in contatto con chi ha sperimentato
sulla propria pelle il dolore della storia. Compaiono così figure come la
poetessa ebrea Selma Meerbaum-Eisinger, morta di tifo in un campo di
concentramento, il palestinese Abu Salah, in attesa di un pezzo di pane a
Rafah, e Sumaila Sacko, bracciante agricolo e sindacalista ucciso a Rosarno nel
2018: «Con coltelli e bastoni/ inizia la caccia/ nel vuoto indicibile/ di
nebbia e paura./ Alla Fornace di San Calogero/ la morte è nascosta in cortile,/
ragazzi assassini sono pronti/ a sparare feroci./ Nel mirino c’è Sacko./ La sua
colpa è un’idea di giustizia,/ la vita un rivolo rosso/ che l’aria scolora./
Dalle persiane scrostate/ la gente osserva e non dice./ In strada è solo nera
la rabbia.» Accanto a questi nomi noti perché balzati agli onori della
cronaca, si collocano tante persone senza nome, lavoratori sfruttati, migranti,
braccianti e poveri costretti a vivere ai margini della società, in baracche o
per strada.
È uno
sguardo che conferma la particolare sensibilità di Fiorito verso gli ultimi,
verso coloro che sembrano non avere voce e che diventano visibili agli occhi
del mondo soltanto quando una morte violenta li consegna alle cronache. In
questo senso, la raccolta si pone in continuità con la sua precedente
produzione, richiamando La terra contesa del 2016 soprattutto il romanzo
Sortilegio del 2022. La poesia diventa qui uno strumento di
testimonianza e di denuncia, ma anche un modo per restituire dignità alle
persone, sottraendole all’indifferenza e all’oblio, come nel testo Raccoglitore
di frutta: «Sotto un sole di paglia/ raccolgo la frutta/ per il niente
che basta/ alla vita./ Ho canti di rabbia/ e li grido alla luna/ per non essere
solo./ Il mio nome non conta/ non importa alla gente./ Se muoio/ nessuno mi
piange/ perché non esisto./ Sono solo due braccia/ per portare cassette/ finché
avranno la forza.»
Le strade
sono dissestate perché portano i segni delle bombe, della fame, della crudeltà
e della morte. Ma lo sono anche perché scomode: attraversano le contraddizioni
della società, mostrano ciò che viene tollerato, ignorato o persino
incoraggiato e costringono il lettore a interrogarsi sulle proprie
responsabilità. Non è possibile percorrerle con leggerezza, né limitarsi a
osservare da lontano le sofferenze altrui. Da qui nasce uno dei nuclei tematici
di maggior impatto del libro: il rapporto tra memoria e responsabilità. La
memoria, intesa come acquisizione di conoscenze e consapevolezza storica, è
indispensabile per comprendere gli errori del passato e imparare a non
ripeterli. Fiorito non sembra piegarsi alla retorica, mesta e passiva, del
“l’essere umano non impara mai da propri errori”, ma sembra investire in un ricordo
che coinvolga la dimensione affettiva: per custodire nel cuore le vicende umane
e lasciarsi raggiungere dal dolor. La responsabilità del ricordo consiste
proprio nel non consentire che le tragedie si trasformino in fatti lontani,
svuotati del loro significato umano. In ogni testo sembra risuonare un invito
insistente: venite, guardate, toccate con mano, non dimenticate: «Vieni a
guardare i fiori/ ce ne sono tanti/ proprio di fronte al Bataclan./ Del resto
cosa può fare la gente/ se non regalare alla morte fiori colorati?/ Forse fa
meglio l’autunno/ che copre di foglie il dolore./ Tutto il cielo di Parigi/ è
pieno di foglie gialle.» Anche quando affronta eventi ormai entrati nella Storia,
Fiorito ne restituisce l’urgenza, in maniera lucida e appassionata, come se
chiedesse di riconoscerne le conseguenze nel presente, attraverso un atto
poetico e memoriale.
Il viaggio,
tuttavia, non si esaurisce nella dimensione storica e collettiva. A partire
dalla sezione Oggetti smarriti, si apre una terza direzione, una terza
vocazione di viaggio, più intima e personale. Il poeta si sofferma sul tempo
che passa, sulla propria esistenza e sulle città che hanno segnato il suo
percorso, dalla natia Napoli fino a Roma. Affiora una nostalgia consapevole,
legata alla percezione che il tempo e le energie non siano inesauribili. Le
strade attraversate diventano così anche luoghi della memoria personale, spazi
nei quali si depositano esperienze, affetti e tracce di una vita.
L’aderenza
della vicenda individuale alla storia collettiva e all’impegno civile è uno
degli aspetti più interessanti della raccolta. L’esperienza personale e quella
storica si incontrano e si illuminano reciprocamente: la vita intima e
familiare non può essere disgiunta dalla responsabilità verso il mondo, così
come l’impegno civile non può prescindere dalla sensibilità e dall’esperienza
di chi lo assume. Le strade della vita e quelle della storia sono, in fondo, le
stesse strade che siamo chiamati a percorrere. Fiorito accorcia le distanze fra
letteratura e vita, fra passione e impegno, anche attraverso una riflessione
sulla scrittura e sulla funzione della poesia. Perché scrivere? Perché il poeta
sente di doverlo fare. La poesia può lenire il dolore, dare voce alla rabbia,
denunciare le ingiustizie e chiedere ascolto tanto nei momenti felici quanto in
quelli più difficili. Non è un esercizio separato dalla vita, ma un modo di
abitarla e di prendere posizione. Scrivere significa, in questa prospettiva,
assumersi il compito di testimoniare, di non tacere e di continuare a cercare
parole capaci di raggiungere gli altri.
Tutti
questi percorsi trovano una sintesi nell’ultima sezione, Caos, un
poemetto che assume quasi il valore di un testamento poetico e civile. Qui
convergono le diverse vocazioni del libro: il viaggio nella Storia,
l’attenzione per gli ultimi, la riflessione sull’esistenza e la fiducia nella
parola. L’invito è a rialzarsi, a trovare il coraggio di opporsi
all’ingiustizia, alla guerra e allo sfruttamento, senza considerare la libertà
un bene acquisito una volta per tutte. L’oppressione non appartiene soltanto a
luoghi lontani o a epoche passate: può trovarsi dietro l’angolo delle nostre
città, nelle persone povere abbandonate per strada, in quelle vite che
attraversiamo ogni giorno senza davvero vederle: «Ai giovani dico: alzatevi
in piedi/ e riprendetevi quello che è vostro/ la vita è vostra, sono vostre le
acque,/ vostra è l’aria e il cielo./ Cacciate i vecchi satrapi/ e riprendetevi
il lavoro,/ riprendetevi lo studio,/ la purezza umiliata./ Venite da paesi
lontani/ come da millenni è sempre accaduto/ a dare dignità alle nostre terre/ offrire
sudore al lavoro,/ coraggio agli uomini in cerca di riscatto./ Io sono con voi,/
a dire no a questa strage di vite.» È un richiamo che restituisce al libro
tutta la sua forza e la sua attualità. Caos non chiude semplicemente il
percorso, ma annoda le strade attraversate e ne chiarisce il senso profondo:
non basta riconoscere le ingiustizie, bisogna imparare a non accettarle come
inevitabili. Per questo il poemetto meriterebbe di essere letto e discusso
anche nelle scuole, come occasione per riflettere sulla storia, sulla libertà e
sulla responsabilità individuale e collettiva. Ancora una volta, Fiorito coglie
nel segno. A colpire non è soltanto la lucidità con cui individua le
contraddizioni del presente, ma soprattutto il calore umano che attraversa la
sua scrittura.
poeta e critico letterario
Luca Benassi è nato a Roma nel 1976. Ha pubblicato le raccolte poetiche: Istruzioni per la luce (Passigli 2021); Il guado della neve (CFR edizioni, 2012); Di me diranno (CFR edizioni, 2011); L’onore della polvere (Puntoacapo, 2009); I Fasti del Grigio (Lepisma, 2005); Nei Margini della Storia, (Joker, 2000),
Ha inoltre pubblicato antologie poetiche in giapponese (insieme alla poetessa Maki Starfield, edizione e-book, 2016), spagnolo (edizione bilingue, 2018), macedone (edizione bilingue, 2019) e serbo (2019).Ha tradotto De Weg del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt (Il Cammino, edizione i quaderni della valle, 2002).
È nella redazione di Punto Almanacco della poesia italiana. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Rivi strozzati poeti italiani negli anni duemila (Lepisma, 2010). Ha curato l’opera antologica Magnificat. Poesia 1969 – 2009 (Puntoacapo, 2009) che raccoglie l’intera produzione della poetessa Cristina Annino, l’antologia critica Percorsi nella poesia di Achille Serrao (Puntoacapo, 2013) e La casa dei Falconi, poesia 1974-2014 (Puntoacapo, 2014) che antologizza l’intera produzione di Dante Maffìa.

