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domenica 15 novembre 2015
PIOGGIA OBLIQUA
Una selezione de poesie tratte dalla silloge "Legàmi" è stata pubblicata in Pioggia Obliqua - Scritture d'Arte
http://www.pioggiaobliqua.it/poesia-le-proposte-2/
venerdì 13 novembre 2015
Concurso Internacional Juan Montalvo
Questo brano, tratto dal mio romanzo "Ombre" è stato scelto per la pubblicazione nell'antologia curata dai Dipartimenti di Lingue e Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il Consolato Generale dell'Ecuador e con il Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura di Milano
Il Consolato
Generale dell’Ecuador a Milano, insieme al Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura
presente nella stessa città, ha scelto di collaborare con i Dipartimenti di Lingue e
Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali
dell’Università degli Studi di Milano nell’organizzazione di una manifestazione di più
ampio respiro culturale ed etico, che aprisse alle narrazioni e alle immagini e
rispondesse agli stimoli dello scritto che segue.
STORIE GEOGRAFIE PAESAGGI MIGRANTI
La geografia sociale con la sua attenzione alla mutabilità e mobilità del territorio, e
la letteratura con la sua particolare vocazione a cogliere le sensibilità e a interpretare le
storie dei soggetti in transito, ridisegnano una mappa per sua natura “migrante”, svelando
le complessità sedimentate nel terreno, nel profilo del paesaggio, perfino nelle tracce
disperse nei mari, testimoni di tratte e dolorosi distacchi dalla madrepatria.
Un paesaggio
mutevole e aperto in cui risulta preziosa la testimonianza di chi parte - il viaggiatore, il
nomade, l’emigrante, l’esiliato - e le diverse prospettive di chi resta, accoglie, rifiuta,
favorisce e promuove percorsi di integrazione.
E’ stato muovendo da queste riflessioni e dalla grande sensibilità del governo
ecuadoriano verso la salvaguardia dell’ambiente del nostro pianeta, che sono stati
invitati italiani e stranieri a partecipare al concorso, dedicato a Juan Montalvo,
prestigiosa figura letteraria ecuadoriana dell’800. La giuria internazionale, in parte
composta da docenti dell’Università degli Studi di Milano, ha poi selezionato dieci
opere per ogni sezione, che pubblichiamo in questo dossier.
Irina Bajini
Università degli Studi di Milano
RACCONTI di Belozorovitch, Bianco, Castillo-Briceño,
Fargion, Fiorito, Jara Albán, Lang Gutiérrez, Mugnaini,
Navarrete Mier, Villa
http://riviste.unimi.it/index.php/AMonline/article/view/4148/4221
Il mare
di Renato Fiorito
E alla fine giunsero al mare. La sabbia era bianca sotto la luna. Era stato un viaggio
breve, eppure lunghissimo per entrambi. Aveva attraversato il deserto, Hassad, per
arrivare lì. Aveva visto la sua casa bruciare. Aveva visto morte e sofferenza. Era fuggito
di notte su un carro, nascosto sotto la paglia, per non essere preso. Ed il deserto era
diventato dapprima rovente sotto il sole, poi freddo alla luce delle infinite stelle, e poi
ancora infuocato. Infine era arrivato al mare, che non aveva mai visto prima di allora, e
trovata una barca per attraversarlo, lasciandosi dietro la morte dei suoi amici, dei
compagni con cui aveva lottato, di quelli che lo avevano amato. Sarebbe ritornato un
giorno. Lo avrebbe fatto, se ci fosse stata di nuovo una speranza per quella terra
depredata e bellissima.
Aveva attraversato il mare, stretto a decine di altri disgraziati, che avevano
soltanto i loro vestiti e qualche dollaro avvolto nella plastica, cucito nel segreto del
mantello. Fragile nascondiglio, facile da scoprire, che infatti mani sacrileghe, con la
forza o con l’astuzia, spesso strappavano alla santità del loro sacrificio.
Aveva attraversato il mare Hassad, ma, in prossimità della costa, anche i suoi
dollari gli erano stati rubati, e l’avevano gettato in acqua con la forza, come avevano
già fatto mille altre volte con altri disgraziati come lui.
Alla fine, con la volontà di Allah, era arrivato a terra e si era nascosto stremato in
un fosso, bagnato e tremante nonostante non facesse freddo.
Vi rimase l’intera notte, poi iniziò a girare per le città, prendendo treni senza
avere il biglietto e nascondendosi in vagoni merci poco controllati o su vetture zeppe
di pendolari che lo guardavano con sospetto.
Aveva raccolto pomodori, scaricato frutta ai mercati, lavorato in cantieri abusivi
che tiravano su case in venti giorni, aveva dormito sotto mille ponti e ripari
squinternati, aveva trovato la carità di pochi e le ingiurie di molti. Alla fine aveva
dimenticato quello che sapeva, quello che era, quello che sperava. Hassad il
clandestino, Hassad fuggito dall’odio e dalla morte, Hassad che sapeva di Ovidio e di
storia romana, perché l’aveva insegnata ad Addis Abeba, non si ricordava più della sua vita e dei suoi studenti. Aveva insegnato loro l’orgoglio di essere africani, ma aveva
smarrito il suo.
E poi aveva incontrato quella mano, quella tenera mano di donna, quella tenera
mano di donna cieca, e si era aggrappato a lei, come se il cieco fosse stato lui. Per lei,
aveva ritrovato parole che credeva perdute. Le parole della complicità e della
comprensione, per guidarla oltre il buio che l’avvolgeva, oltre la realtà povera e grigia,
oltre l’indifferenza e l’egoismo della gente. La promessa fatta un giorno a sua madre
era diventata un giuramento fatto a se stesso.
“Non fare del male a Sabrina,” aveva detto la mamma morente “promettimi che
non gliene farai.” E lui l’aveva promesso, su Allah, sul suo Dio e sul nostro, che poi sono
la stessa cosa, poiché uno solo può essere il Dio dei cieli e della terra.
“Ti giuro che veglierò su di lei e la proteggerò.”
Così Hassad, che non possedeva altro che il proprio vestito, che non aveva casa,
né denaro, né lavoro, che era clandestino e dunque delinquente, secondo
un’equiparazione falsa e razzista, fece una promessa che non sapeva come mantenere.
Ma si era impegnato, giurando a sé stesso, di raccattare negli angoli delle strade le
speranze disperse, per curare le ferite che il mondo aveva inferto a quella povera
ragazza, regalandole quel poco che aveva.
E Sabrina, che aveva visto il padre morire sul lavoro, che era stata cacciata dalla
sua casa, che credeva di morire il giorno stesso in cui aveva visto chiudersi gli occhi di
sua madre, perché quelli erano i suoi stessi occhi e solo con quelli vedeva, si affidò a
quella mano e le sembrò che la vita non fosse più così brutta.
Ora erano al mare. La sabbia era bianca e la luna disegnava losanghe di luce
sull’acqua.
“Com’è il mare?” chiese Sabrina, mentre si sedeva sulla sabbia e piccoli grani
freddi le scivolavano tra le mani. “Non è giusto che una persona attraversi questa vita
senza sapere cosa sia il mare.”
Hassad cercò lentamente le parole che potessero darle il senso di
quell’immensità che le era negata. “Il mare non si può dire com’è. Il mare è acqua
infinita, ed è di più, è movimento senza fine ed è di più. Il mare ha colori rubati al cielo
e lascia specchiare la luna. Il mare è una curva lontana che segna il confine del mondo.
Ma il mare è ancora di più, entra dentro, diventa parte di chi lo guarda, è la speranza di
partire, è la certezza che la pace è possibile, è il sole che esce dalle onde e dice che,
nonostante tutto, nonostante noi, da qualche parte lontana o vicina, Dio esiste.”
“Hassad come fai a trovare parole così belle? Che gusto ci provi nel farmi
commuovere?”
I due giovani stavano sulla spiaggia, tenendosi strette le mani e sentivano i loro
corpi toccarsi. Ascoltavano parole che i loro cuori riconoscevano e che non
nascondevano altro che la loro felicità.
Nel silenzio, si udì il richiamo di un uccello notturno. “Che colore ha il mare, Hassad?” chiese ancora Sabrina.
Hassad vide i riflessi della luna sull’acqua e le disse del colore nero e di quella
striscia luminosa che finiva sulla spiaggia, scherzando con le onde. E quella striscia era
un nastro che avvolgeva il mondo e lo rendeva bello, come un regalo di Natale, come
un fermacapelli d’argento sulla testa di una donna, come una strada di luce che
conduce dove c’è ancora spazio per i sogni.
“Il mare dev’essere la cosa più grande che ci sia. Come mi piacerebbe, per una
volta vederlo anch’io. Dimmi Hassad, cosa si prova di fronte a tanta acqua?“
Hassad avrebbe voluto darle i suoi occhi. Avrebbe voluto strapparsi quegli occhi
che avevano visto dolore e miseria, sporcizia e crudeltà, che aveva chiusi per la
vergogna e l’impotenza di fronte alle miserie della sua gente e regalarglieli, perché
potessero riscoprire la bellezza dimenticata e raccontarla al mondo.
“Sono sporca Hassad, non è assurdo rimanere sporchi con tanta acqua?”.
“Vuoi bagnarti? Puoi farlo se vuoi.”
“Oh dio, se lo vorrei, ma non ho un costume, non ho niente.”
“Non c’è nessuno. Siamo soli, Sabrina, non senti che c’è solo il rumore del mare?”
Allora lei si tolse i vestiti laceri, si tolse tutto e restò nuda nella luna mentre un
brivido di felicità le attraversò la schiena.
“Come sono Hassad?”.
“Sei la creatura più bella che la luna abbia mai illuminato.”
“Ti sei spogliato?” chiese Sabrina.
“No.”
“Allora fallo anche tu!”
Sentì Hassad che si toglieva i vestiti e poi la sua mano sicura che la conduceva
verso l’acqua. I loro corpi erano luminosi come quelli degli angeli. Quando sentì il
rumore del mare vicino, Sabrina gli lasciò la mano e si mise a correre. Corse verso quel
leggero ritmico fruscio, verso l’odore fresco di salsedine, ridendo di felicità. Sentiva
Hassad che le correva dietro.
Tutta la vita, tutta l’emozione, tutto l’amore confluiva in quell’unico momento.
Due corpi bellissimi che correvano verso il mare, che si lasciavano bagnare dalle onde,
ridendo e inciampando, abbracciandosi e lasciandosi.
Niente è perduto se così assurda e improvvisa può nascere dal nulla la felicità.
L’acqua era calda e Hassad vedeva solo il riso di Sabrina e il suo corpo fluido che
aveva la luce della luna e lo stesso profumo del mare. Al limitare della strada, le dune
erano coperte di neri arbusti che profumavano di lentischio nella notte. Un brivido di
freddo li colse.
Tornarono a riva e la camicia di Hassad servì bene o male ad asciugare i magri
corpi. Il resto lo fece l’amore ed il calore che si scambiarono segretamente e che
quell’immensa spiaggia, in milioni di notti simili, aveva imparato a custodire.
“Parlami di te Hassad e del paese da cui vieni.” Hassad le raccontò allora dell’Etiopia, dei piccoli villaggi, delle capanne fatte di
tronchi d’albero tenuti insieme dal fango, e dei tetti di paglia a forma di cupola; e le
disse dei pavimenti fatti di escrementi di mulo essiccati e delle pareti rivestite di ritagli
di giornale. Ma la sua casa no, la sua casa non era fatta così, disse con una punta di
orgoglio. La sua casa era un antico castello sul lago Tana, vicino all’antica citta di
Gondar, che un tempo era la capitale dell’Etiopia, e che si trova sugli altopiani a nordovest
del paese. Una grande casa che doveva testimoniare la potenza della sua
famiglia nella regione, e che, invece, non riuscì a salvarla dalla violenza e dalla
vendetta. Le parlò dei suoi tanti fratelli, dei giochi nelle strade, e di suo nonno, che era
il capo della famiglia e membro autorevole del Kebelé e che, quando era bambino, gli
aveva insegnato l’italiano.
Le parlò della nonna che, nei giorni di festa, cucinava lo uòt, un ragù con pezzetti
di pollo, montone, uova e ceci, che mangiavano insieme a una frittella piatta che si
chiama njera. Altre volte invece mangiavano carne cruda intinta nel berberè, che è una
salsa di peperoncino tritato, così forte da far lacrimare chi non è un vero Amhara.
“Tu sei un Amhara?”
“Si.” disse Hassad, che aveva capelli ricci e neri, e occhi come tizzoni che Sabrina
sentiva su di sé come spilli, anche se non li poteva vedere.
“Al tramonto i giovani passeggiano sulle rive del lago Tana” continuò Hassad,
che ormai era preso dai suoi ricordi, “a guardare i riflessi del tramonto sull’acqua e a
sentire le musiche della nostra terra. A volte c’è chi suona il begana, che è poi la lira dei
greci, la stessa con cui forse Omero accompagnava i suoi versi, altri si divertono a
percuotere strumenti improvvisati che hanno costruito loro stessi, come il masenko,
che ha una sola corda, ricavata dalla criniera di un cavallo.
Ma ciò che vorrei che vedessi davvero sono le enormi cascate del Nilo blu. Tu che
ami il rumore dell’acqua che scorre, lì sentiresti come un rombo umido avvolgerti
completamente e una pioggia infinita di milioni di goccioline splendenti posarsi sul
corpo.”
“Perché sei venuto qui, Hassad, in questo inferno senza pietà, quando la tua terra
è così bella?” chiese Sabrina.
“Sono scappato perché la mia famiglia si era schierata contro il governo che,
seppure sconfitto alle elezioni, aveva sostenuto ugualmente di averle vinte; moltiplicò
i suoi voti con brogli e mandò l’esercito nelle strade di Addis Abeba e delle altre grandi
città per reprimere le proteste. A Gondar sparò sulla folla e ci furono vittime a centinaia
tra gli studenti, tra la gente inerme, tra quelli che avevano creduto che la democrazia
fosse possibile. I giornali dissero che quelle manifestazioni erano illegali e i dimostranti
fuorilegge. La comunità internazionale si girò dall’altra parte.
Così la polizia venne a cercare mio padre e mio nonno e li arrestò. Io persi il mio
posto di insegnante di storia e letteratura italiana e dovetti fuggire insieme a due miei fratelli. Ma credo che solo io sia riuscito a portare a termine la fuga. Degli altri, di mio
nonno, di mio padre, dei miei fratelli non ho saputo più niente.”
I due giovani si distesero sulla spiaggia. Ad Hassad sembrò che la volta del cielo
fosse un’enorme bottiglia di vetro scuro e che lui fosse all’interno di questa bottiglia a
guardarne la volta ricurva, e che fuori della bottiglia si distendesse uno spazio
sconfinato e senza tempo, il cui significato gli era precluso. Uno spazio sconosciuto
all’uomo, in cui qualsiasi cosa poteva celarsi, compreso Dio, poiché nessun uomo era
mai uscito fuori dalla bottiglia.
Si addormentarono abbracciati, proteggendosi l’un l’altro e sentendosi come
due naufraghi fluttuanti dentro il mistero dell’universo.
Alle prime luci del giorno andarono via. La stazione era ancora vuota di pendolari
e raccoglieva sonnacchiosa il primo sole. Si sedettero su una panchina e attesero il
treno.
“Vorrei non tornare in quella lurida stazione.” disse Sabrina.
“Non ci torneremo.” rispose Hassad.
“E dove possiamo andare?”
“Una volta sono stato, con uno del mio paese, a caricare legna sopra Rieti, su
certe montagne bellissime e quasi disabitate. Lassù ho visto un paesino
completamente abbandonato. C’erano le case, le strade, la chiesa, ma le persone non
c’erano più. Mi sembrò incredibile, e mi venne voglia di andare ad abitare in una di
quelle case, di metterla a posto e restarci. Poi non l’ho fatto perché sarei stato troppo
solo. Ma ora che ci sei tu, se vuoi, potremmo andarci davvero.”
“Ma se il paese è vuoto, come faremo a viverci?”
“Anche se è disabitato, vicino ci sono altri paesi, dove vi sono persone, negozi,
fattorie e persino ristoranti.”
“Sarebbe bello, ma noi non abbiamo un lavoro, non abbiamo soldi, non abbiamo
niente!” obiettò Sabrina.
“Non ti preoccupare. Io so come fare. Tu magari non ci fai caso, ma la gente ha
così tanti beni che deve abbandonarli per strada per comprarne di nuovi. Le persone
sembrano prese da una specie di frenesia che le costringe a gettare via oggetti nuovi,
per sostituirli con altri ancora più nuovi e moderni, anche se le cose buttate sono a
volte perfino più belle di quelle acquistate. Allora ho imparato a raccogliere questi
oggetti, pulirli, aggiustarli e poi rivenderli ai mercatini ed alle fiere di paese.
Ed è così anche per il cibo e per ogni altra cosa. I negozi di alimentari, ad
esempio, hanno sempre merce in scadenza che devono eliminare, anche se è ancora
buona. Potremmo farcene regalare un po’ e utilizzarla per le nostre necessità. In quel
paesino che ti dicevo, poi, gli orti sono stati abbandonati. Noi potremmo coltivarne
uno. Con pochi soldi potremmo comprare semi e farli diventare piante, comprare
pulcini e farli diventare galline e raccogliere le uova per mangiarle o venderle. Per i vestiti poi basterà chiederli, Nessuno vuole più gli abiti usati; perciò, se li
chiediamo ce li regaleranno volentieri, se non altro, per svuotare gli armadi stracolmi.
Fidati di me. Si può vivere anche senza soldi. Ma se vuoi, sapremo fare anche quelli.”
Così non tornarono alla stazione Termini ma presero una corriera che
lentamente si inerpicò tra i monti, attraversando infiniti paesini sempre più piccoli, in
ognuno dei quali questa lasciava scendere alcuni passeggeri, svuotandosi lentamente,
come una strana clessidra che, a misura del suo tempo, sparpagliava per le montagne i
suoi grani, finché, quasi vuota, si fermò alla stazione che Hassad già conosceva.
Allora i due scesero, tenendosi per mano, e continuarono a salire a piedi per un
tratturo che si inerpicava tra prati verdissimi, fino ad arrivare sulla piazza del piccolo
paese che Hassad aveva visto a suo tempo e che era ancora completamente
abbandonato.
Affacciata a una finestra, una mucca pezzata ruminava tranquillamente. La casa
aveva intorno un ampio orto, ormai incolto ed approssimativamente delimitato da una
staccionata in buona parte crollata. Ma il tetto sembrava ancora integro e le finestre
avevano gli infissi quasi in buono stato. Il sole entrava dolcemente nelle stanze e in
una di queste c’era perfino un camino in pietra grigia che sarebbe tornato comodo
d’inverno.
Hassad pensò che quella poteva essere la loro casa e chiamò Sabrina per fargliela
visitare.
Lei entrò, appoggiandosi al suo braccio e sentì che la casa era asciutta e che il
sole le carezzava il viso, e rise felice. Allora Hassad raccolse dalla strada una tavoletta di
legno e vi scrisse sopra con un pennarello “Sabrina e Hassad” e la fissò a lato della
porta d’ingresso.
Sabrina si sedette su una panca, che sembrava messa lì da tempo immemorabile,
e si assopì al sole. Hassad la lasciò dormire e andò a vedere se in casa c’era qualcosa
che poteva tornargli utile. Trovò un letto, benché senza materasso e, in un’altra stanza,
un armadio e un comò che avrebbe potuto facilmente restaurare. In cucina c’erano
una vecchia madia verde e un tavolo sbilenco dello stesso colore, addossati al muro.
Non era molto, ma abbastanza per iniziare, con un poco di fortuna, una nuova vita.
lunedì 28 settembre 2015
LE RAGUNANZE
PREMIATE CON MENZIONE D'ONORE 2 MIE POESIE A "LE RAGUNANZE"
I premiati della Seconda Ragunanza di Poesia
L’ A.P. S. Le Ragunanze con i patrocini del Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Magic Blue Ray, ArteMuse di David and Matthaus, Turisport Europe comunica i nominativi di tutti gli autori premiati ai quali vanno i complimenti della Giuria composta da: Roberto Ormanni (Presidente di Giuria), Dario Amadei, Elena Sbaraglia, Alberto Bivona, Giuseppe Lorin e Michela Zanarella.
Sezione a tema libero:
- Il petalo del giorno dopo – Marco Managò
- Moto a luogo – Bartolomeo Bellanova
- Sulla bellezza – Nuccia Martire
Menzioni d’onore:
La mia strada – Vinicio Salvatore Di Crescenzo
Mare e nembi – Gianni Di Giorgio
Germogli– Antonella Monaco
Una donna cigno- Renato Fiorito
Gli uomini hanno tutti mani grandi– Virginia Murru
Il fuoco degli anni – Vincenzo Lubrano
Invisibili – Cristina Biolcati
Sezione natura:
- Dieci sievert – Marco Marra
- Nei borghi – Nuccia Martire
- Piovra metropolitana – Franco Campegiani
Menzioni d’onore:
Deepwather Horizon – Renato Fiorito
Terrafiglia – Barbara Bracci
Ritorno a Montemaggiore– Francesca Luzzio
Credere oltre l’impossibile- Anna Manzo
Disincanto– Renato Volpone
Natura viva – Vincenzo Lubrano
Affresco – Maria Miraglia
lunedì 21 settembre 2015
Nuovi luoghi della contemporaneità
Premiata a Bologna la mia poesia
"Innamorati"
"Innamorati"
INNAMORATI
Scesero dal treno
e li abbracciò la luna.
Il marciapiede fece cento giravolte
prima di conficcarsi tra i binari.
Tra la fuliggine delle pensiline
si affacciò il cielo.
Aveva un’unica stella.
Lei si teneva stretta
nel chiaroscuro delle lampade al neon.
Li guardai andare
L’Associazione Civico32 e Versante Ripido sono lieti
di annunciare i risultati del concorso poetico e fotografico
“Nuovi luoghi della contemporaneità”.
“Nuovi luoghi della contemporaneità”.
Le giurie nominate dall’Associazione Civico 32 e da
Versante Ripido hanno effettuato le seguenti
scelte:
concorso poetico
1° classificato
Fabrizio Bregoli
Corridoi
Fabrizio Bregoli
Corridoi
2° classifciato
Maurizio Brancaleoni
Uno o l’Altro verso tante Direzioni Comunque
Maurizio Brancaleoni
Uno o l’Altro verso tante Direzioni Comunque
3° classificato
Guido Galdini
Centro Commerciale “Le Torbiere” 2 Giugno 2012
Guido Galdini
Centro Commerciale “Le Torbiere” 2 Giugno 2012
4° classificato
Renato Fiorito
Innamorati
Renato Fiorito
Innamorati
5° classificato
Tina Caramanico
Su una Panchina Qualsiasi
Tina Caramanico
Su una Panchina Qualsiasi
Il 25 settembre 2015 alle ore 19:00 è stata inaugurata la
mostra con le opere fotografiche e poetiche vincitrici e si è
tenuto un reading delle poesie prime classificate.
Le opere sono anche pubblicate nel sito
dell'associazione Civico 32 e sul numero di ottobre di
Versante Ripido che dedica ampio spazio al
concorso e ai vincitori della sezione poesia.
lunedì 3 agosto 2015
FESTIVAL MUSICALE DELLE NAZIONI - TEATRO MARCELLO / ROMA
Mercoledì 5 agosto alle ore 19,45 Renato Fiorito legge alcune sue poesie nello splendido scenario del Teatro Marcello, prima del concerto pianistico di Rimantas Vingras che esegue musiche di Shubert e Skrjabin.
Insieme a lui la poetessa e scrittrice Daniela Cecchini
martedì 21 luglio 2015
"Legàmi" alla Balena di Giaccio
La Balena di Ghiaccio, patrocinato dal Comune di Capo d'Orlando, è un progetto di sperimentazione poetica organizzato da Maria Grazia Insinga e presieduto da Emilio Isgrò che ha visto la partecipazione di eminenti poeti e letterati tra cui Valerio Magrelli, Bianca Garavelli.
giovedì 18 dicembre 2014
Poesia all'Università eCampus
Il dramma dell'emigrazione e dei morti in mare all'Università ecampus di Roma
con le poesie di
Giovanna Iorio, Renato Fiorito,
Lucianna Argentino, Michela Zanarella,
"Legàmi" alla Biblioteca "Nelson Mandela"
Si è letto "Legàmi"
alla Biblioteca Nelson Mandela di Roma
con Franco Piperno,
Relatori: Serena Maffia e Giorgio Taffon
Ha letto le poesie l'attore Giuseppe Lorin
"Legàmi" alla Biblioteca Renato Nicolini di Corviale
Alla Biblioteca Renato Nicolini
di Corviale
a leggere "Legàmi"
con Carla De Angelis e Angelo Filippo Jannoni
sabato 15 novembre 2014
Vera D'Atri: Recensione di "Legàmi"
VERA D'ATRI
/Trattengo
il respiro/, scrive l’ultimo pescatore di perle. I pescatori di perle sono finiti/ io sono
l’ultimo/.
Così
l’autore di questi versi, spingendosi cautamente ad imitazione del moto ondoso,
come appunto accade ai corpi in immersione, fruga nel profondo che sottintende
il mare, sapendo che nel suo instancabile tentativo incontrerà qualcosa che lo
renderà felice. La sua perla. Da questo si sente attirato, dal segreto ben
custodito, il suo segreto. Trattiene il respiro e aspetta che la conchiglia si
schiuda. Nel frattempo abitua i polmoni. Una fatica cui si sottopone per
un’estrema urgenza.
Per
renderci conto dell’esattezza di questa metafora basta leggere tra le righe di
queste poesie mai violente, delicate, come fossero omaggi a ciò che dà vita
alla ricerca e che si concludono quasi tutte con un improvviso, magico,
incontrarsi. Nei testi Renato Fiorito evita gli eccessi, procede quasi con
timidezza: /il rosso di un fiore che farebbe poesia/. Accenna a domande intrise
di gioiosa complicità: /uscirai anche tu a guardare la luna?
Nulla di
spaventevole appare nella sua tristezza, misura le emozioni, racconta storie di vite senza tragedie, di
vite che si tengono al largo, come nella poesia Al bar: /non deve esserci
costato troppo/ se possiamo andar via senza rimpianto/.
Forse
tutto questo è frutto di contemplazione. Gli anni sono passati e bisogna dire
“Non voglio ali” per dimostrare che si è ben consapevoli, che si è saggi, che
decidiamo di noi attraverso una esperta comprensione.
C’è
inoltre, in queste composizioni, una passione per l’altro, per gli altri, una
forma di totale disponibilità, un sentimento pieno di rigoglio che sa tenere
assieme amore ed amicizia, quasi una benevola candidatura a rappresentare il
fulcro per la persona amata, e di amori ormai trascorsi chi scrive sembra non
aver perso proprio nulla, conservando di essi ogni istante, ogni irrilevanza o
luce di sguardi che ancora resistono vivi e attuali. Ecco spiegare tutto questo
con un verso molto efficace: /Molte vite vorrei/ perché nessun filo/ fosse
spezzato/.
E
nella poesia è possibile avere molte vite. E’ la poesia una veloce e illimitata
procedura di acquisizione e di riconoscimento, di spazi rarefatti e di spazi
quasi instancabilmente resi anima. Una delle liriche più belle della raccolta,
a mio parere, parlando del virtuale con un’indovinata analisi esprime benissimo
tale propensione: /Il corpo non importa, puoi inventarlo/ poiché nell’azzurro
virtuale/ solo i pensieri si abbracciano./ Non è così che avviene in paradiso?/
Dunque
leggerezza, semplicità. Dunque quel provare e riprovare a non pretendere che
verità, come nella poesia “Anniversario”
e a volte quel mettersi a sbirciare da un nascondiglio, facendo narrare la
Storia da un piccolo cuoco cileno. Brano dove appunto la terribile morte di
Allende viene fatta raccontare con molta emozione da qualcuno che la Storia mai
utilizzerà nei suoi capitoli, nelle sue gallerie affrescate da glorie, trionfi
e orrori. Ma è proprio questo voler occupare un posto secondario, questo farsi
piccolo di fronte ai macigni dell’esistenza che spiega il modo in cui Renato
Fiorito si approccia agli eventi.
Non
bisogna avere ali, l’abbiamo già detto. In queste poesie si cammina, si guarda,
si chiede qualcosa di dolce, di estremamente sottile, una complicità.
Spesso
queste poesie ricordano, fanno parte di una rielaborazione, una rielaborazione
che probabilmente agisce di frequente, con assiduità. Tornano all’accadere come
a voler riprendere ciò che al momento era rimasto in disparte, una dimenticanza
che ha lasciato un vuoto. Poesie che rendono al passato il merito di aver
saputo generare il presente e di averlo fatto scaturire così com’è con la
necessaria distanza, con quel distacco che solo può renderle capaci di
parlare.
Ma
è anche vero che: /Le cose compiute/ sono altro da noi/. E pertanto tornano al
segreto dal quale sono fuggite. E anche
noi in conclusione torniamo al segreto, a quello che si è affacciato, qui, nel
tempo della lettura e che è per tutti quanto più sappiamo amare di noi stessi.
Vera
D’Atri
"Legàmi” di Renato Fiorito - Lepisma Edizioni - è acquistabile in tutte le librerie o richiedendolo on-line ai seguenti siti:
http://www.hoepli.it/libro/legami/9788875372170.html
http://www.ibs.it/code/9788875372170/fiorito-renato/legami.html
mercoledì 22 ottobre 2014
Presentazione "Legàmi"
Mercoledì 12 novembre alle ore 17,00
presso la Biblioteca Renato Nicolini di Corviale
(Via Mazzacurati 76 - 00148 Roma)
(Via Mazzacurati 76 - 00148 Roma)
Presentazione della raccolta di poesie
"Legàmi"
di Renato Fiorito - Lepisma Edizioni
con Carla De Angelis e Angelo Filippo Jannoni
°°°°°°°°
Venerdì 24 ottobre alle ore 18,00 presso la Fondazione Don Luigi Di Liegro - Via Ostiense 106 – Roma è stata presentata la raccolta di poesie:
"Legàmi"
di Renato Fiorito
Lepisma Edizioni
con la partecipazione dei poeti:
Antonella Antonelli, Alberto Canfora, Davide Cortese, Sonia Giovannetti, Maria Teresa Habra Bidini, Monica Martinelli, Massimo
Pacetti, Roberto Piperno, Lorenzo Poggi, Michela Zanarella e altri.
mercoledì 9 luglio 2014
Prof. Dante Maffia Recensione di "Legàmi"
RECENSIONE DI DANTE MAFFIA
Lo scrittore Dante Maffia nella prefazione alla silloge scrive:
"Questo libro di Renato Fiorito è la prova lampante che la lirica è ancora fiorente e viva e che può dare altri doni se, ovviamente, utilizzata con parsimonia e con rinnovati ardori e, soprattutto, con rinnovati ritmi e linguaggio nuovo.
Mi pare che Renato Fiorito lo sappia fare e che affrontando gli argomenti, che sono poi quelli della sua esistenza e del suo quotidiano, riesce a darci uno spaccato ben visibile e godibile di ciò che sono i sogni, i desideri, le speranze, insomma il fluire della vita.
Non si butta a capofitto nelle astruserie e rispetta il senso del ritmo e della musica in modo che i sentimenti siano scanditi con leggerezza e con compattezza.
Il titolo del libro fa riferimento a una delle composizioni d’amore e devo dire che insistentemente nel libro si parla d’amore, ma con quel tono incantato e lieve che sempre dovrebbe accompagnare chi si occupa di una emozione così importante e così immensa:
“Legami le mani, amore mio,
legami il cuore,
e trascinalo vivo tra la folla
mentre frusti i cavalli del tempo
che tutto consuma
inseguendo altri sogni
che mi fanno morire,
ma non abbandonarlo
all’incongruenza del buio
poiché troppo vasta è la notte
se tu te ne vai”.
E’ soltanto un esempio di come il poeta sa affrontare i temi riuscendo a non coprirli di nessuna patina di ipocrisia.
Credo che dall’intero volume venga fuori una poetica suggestiva e accattivante imperniata sul concetto d’amore ampiamente inteso e mi pare un fatto importante, specialmente oggi che il mondo sembra essere diventato cieco e sordo ai richiami della bellezza, del rispetto e della bontà.
L’andamento delicatamente discorsivo dei versi porta facilmente il lettore all’interno di un mondo fatto di lealtà, di legami, per dirla con il titolo di Fiorito, che sono ineludibili ormai in una società che ha perduto la bussola.
Credo che la poesia debba avere anche il compito di svegliare le menti e i cuori e portarli alla fonte del senso, altrimenti si fanno soltanto sperimentazioni linguistiche e niente altro.
Il merito di Fiorito è quello di avere saputo tenere fede a se stesso e di avere saputo confessarsi con candore, in modo da arrivare al cuore di chi lo legge senza orpelli. Evidente che appaiono gli stilemi di una grande tradizione e spingano ad adesioni e ad analogie che conducono alla casa degli archetipi, ma la sfida è proprio in questo restare nel solco disubbidendo, di far rivivere la tradizione distorcendo un tantino la traiettoria. Mi pare che Renato Fiorito, in questo panorama caotico e rumoroso del popolo dei poeti odierni, meriti attenzione e proprio perché ha scelto la strada dolce e piana del dire quasi sottovoce, anche quando si tratta di lacerazioni d’amore, quando si tratta di addii e di abbandoni.
Tutto il canzoniere, come altro chiamarlo se non con il titolo di Petrarca, ha una nota di malinconia, di incanto e di disincanto e Fiorito ci si culla dentro, immerso nei languori, nei dispiaceri e nelle esaltazioni:
“Ma ora che dal monte
sorge lenta la luna
ed esausto scorre ormai il desiderio
vorrei che la notte
avesse dita pietose
a lacerarmi il cuore”.
"Legàmi” di Renato Fiorito - Lepisma Edizioni - è acquistabile in tutte le librerie o richiedendolo on-line ai seguenti siti:
http://www.hoepli.it/libro/legami/9788875372170.html
http://www.ibs.it/code/9788875372170/fiorito-renato/legami.html
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