mercoledì 3 agosto 2016

La terra contesa - Recensione del Prof. Carmine Chiodo

LA TERRA CONTESA

Recensione del Prof. Carmine Chiodo - docente di letteratura moderna e contemporanea all'Università di Tor Vergata – Roma





Renato Fiorito, La terra contesa, Puntoacapo - Collezione letteraria , Rende 2016 , pp.59.


Ben vengano versi come questi di Renato Fiorito, ben illustrati criticamente da Manuel Cohen e Vincenzo Vita. Ciò che subito colpisce di questa silloge, ispirata al film documentario <<Route 181-Frammenti di un viaggio in Palestina -Israele>> di Eyal Sivan (cineasta israeliano) e Michel Khleifi (cineasta palestinese) è la musicalità, la chiarezza del linguaggio, ma pure il punto di vista di terzietà con cui il poeta Fiorito si pone davanti alla complessa, difficile realtà di due  popoli in conflitto. 
Subito ci è dato leggere, all'inizio del libro, questi versi illuminanti: “Non emetto sentenze, / sto con le vittime. / Tutte. / Uso le loro parole, non le mie. / Mi limito a questo: riporto il dolore, ...”; ecco, è dunque il dolore, di cui parlano sia arabi che ebrei, il protagonista della silloge.
Senza alcun dubbio questa opera di Fiorito è tra le raccolte di più alto e consistente valore umano e poetico apparse in questo periodo di tempo, e che sia cosi  è ampiamente provato dalla scabra essenzialità dei versi e dalla stessa struttura dell'opera.
Io amo gli ebrei, / Amare è bello, / Uscire con le ragazze israeliane è facile, / Più difficile sono le arabe / perché hanno paura. / A loro è proibito tutto, parlare e uscire. / Per questo i giovani vogliono andarsene. / Non è per il lavoro. E' perché qui non si vive. / La politica araba è un fallimento. / Non arriverà mai la pace.” ( Cantieri, p.17); e più avanti: “Sono disumani gli ebrei o le loro leggi? / È cattiva la gente o la legge? / Questo pezzo di terra / dove vivo con le mie capre / me lo  porteranno via / in nome di una legge / che si sono inventata / sulla  gestione della terra / e a nessuno importa / se non ho dove andare” (p.19, Masmiye).
Il dramma che vivono i due popoli emerge con intensità poetica in ogni verso: La Palestina non ha frontiere / solo fili spinati” (Check point, p.36); “Nostro figlio è morto da martire, / Tutto il petrolio del golfo / non vale uno dei suoi  capelli. / La morte di un figlio è terribile. / La vita, non i soldi, è la cosa più sacra al mondo” (ivi , p.37).
Tuttavia il poeta non smarrisce la speranza di pace. Al riguardo  è significativa la terza parte della silloge, che si intitola, appunto: Ma io dico che tra noi dobbiamo fare la paceQui si può leggere, in esergo, un brano della lettera che Ariel Sharon scrisse a Arafat nel 2001: “Spero che riusciremo in un futuro prossimo  a trovare il modo di riannodare i contatti personali per porre fine allo spargimento di sangue, di odio e di violenza e di ricostituire la sicurezza e la cooperazione economica in modo da ottenere una vera pace.” e trovare immagini limpide e suggestive come, ad esempio, quella di una piccola manifestazione di giovani pacifisti israeliani nei pressi di Hawara:  Sono scesi dagli autobus / portando cartelli di pace / e latte in polvere / per i bambini assediati. / Passano per i campi / per aggirare i posti di blocco, / I soldati  hanno gas lacrimogeni / I ragazzi barattoli di  latta./ <<No alle armi, no alle lacrime, no alle uniformi>> ritmano coi cucchiai sui barattoli / e sono più belli dei soldati. / Nello scegliere tra legge e morale / hanno scelto di infrangere la legge. / Chi è per la pace è già di là del  filo spinato” (Manifestazione, p.43), e versi che aiutano a capire meglio ciò che accade nella terra “contesa”: “Sarebbe cosi bello il cielo di Israele / se non ci fossero i caccia ad  attraversarlo” (Il confine, p.45); e oltre: “Un tempo c'era la pace. / Mia madre andava senza timore a Rammallah / e suo fratello viveva senza preoccupazioni / in un quartiere arabo” (ivi).
Al di là delle ragioni politiche e delle differenze tra le parti contendenti, la cosa certa è che palestinesi e ebrei vorrebbero la pace, vivere una vita tranquilla e senza muri: si può vivere insieme ebrei e arabi, / come era in Tunisia, come era in Marocco. / In tutti i paesi arabi si viveva insieme” (Sajarah, p.51). Basta dunque con le armi, i fili spinati, la violenza, le bombe. Scoppi invece la pace, perché ciò che conta davvero non è il molto male che c'è stato, / ma  il bene che se vogliamo ci sarà”.
A guardar bene come è congegnata, la raccolta si configura come un vero e proprio poemetto, delizioso poemetto narrativo di altissima e profondissima sostanza umana e poetica, trionfo della poesia vera e non di quella che gira a vuoto o vive di schemi astratti e astrusi.
Renato Fiorito con questo suo lavoro dimostra di saper comporre versi su temi di fondamentale importanza, come la guerra, l’oppressione, la miseria, rinunciando alla retorica e con l’umiltà del testimone che si fa da parte per assumere la voce di chi soffre sulla propria pelle il dolore del conflitto: “Mi sono sposata nel'54. / Abbiamo avuto otto figli. / Il più piccolo è stato ucciso nella guerra del Libano. / Era il bambino più bello del mondo. / È per questo che non sopporto più Israele” (Sajarah, p. 50); oppure ”La gente araba vive in ghetti decrepiti,/ [...] / Il mio nome è Myriam / Questa casa è una vera tomba senza finestre ./ L'abbiamo presa per viverci in otto” (ivi).
Quando c'è la guerra succede di tutto, e a tal riguardo si legga il testo che si intitola “Il ghetto”. Qui orrori su orrori, morte, stupri, cadaveri, resti umani per strada, soldati che saccheggiano e  commettono ogni abuso sulla popolazione: “Ci sono stati stupri. / Uno proprio davanti a casa mia, / Ne sono stato testimone. / C'era una donna con un neonato di un mese e mezzo. / Sei uomini sono entrati in casa / e l'hanno violentata. / Lei è scappata abbandonando il bambino. / Quando l'abbiamo ritrovata non voleva più vederlo, / Sembrava impazzita, Gli occhi perduti. / Ma non era  pazza / era solo una donna disperata. / Il fatto è che un soldato, quando nessuno lo vede / può fare quello che vuole” (p. 32)
Poesia splendida questa di Fiorito, che  si conclude con una inaspettata nota di speranza. Citiamo i versi: “Voi non immaginate cosa sia questo: / suonare nelle strade fianco a fianco / e gettare via il conflitto / semplicemente ballando, / E' la speranza la musica di un popolo” (Festa,p. 52). Ma prima si legge: “La luna dorme sopra le pietre. / Gli Yemen blues cantano nella luce, / Arabi e giudei nello stesso posto, / musica e cibo mischiati ,/Gerusalemme è  sacra  per tutti” (ivi).
Il poeta, l'uomo Fiorito sta dunque con gli ultimi, con gli oppressi, accanto a coloro che non vogliono la guerra e chiedono solo “un po' di giustizia / se fosse loro concessa, / per fermare  l'odio / e dire basta ai morti”.
In conclusione, La terra contesa”, è un notevole libro poetico che guarda alla guerra con gli occhi della gente comune, mettendone a nudo la follia, la crudeltà, il razzismo. I politici, i governanti, i potenti della terra  farebbero bene ad ascoltare la loro voce che dice basta ai morti, ai fili spinati, alle bombe, all'odio tra gli uomini.
Mi auguro che quest'opera di Renato Fiorito possa essere letta e meditata da tantissime persone, poiché in essa potranno trovare vera poesia e veri sentimenti umani.



Carmine Chiodo

venerdì 3 giugno 2016

Presentazione de "LA TERRA CONTESA"

 INVITO


Giovedi 9 giugno in Via Ostiense 106 Roma, alle ore 18,00, nell'ambito di un progetto dedicato al cinema palestinese, l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, presenterà il poema  "La terra contesa" di Renato Fiorito 



E’ un libro sul conflitto israelo-palestinese che dà voce alla gente che vive in quella terra, partendo dai suoi bisogni, da quello che soffre, dai ricordi e dalle speranze che coltiva.
Recensiranno il poema Manuel Cohen, critico letterario, scrittore e poeta, e Vincenzo Vita, Presidente della Fondazione AAMOD.
Angela Brusa e Eduardo Fiorito. leggeranno alcuni brani. 

Il libro è acquistabile sul sito dell’editore Puntoacapo, al link: http://www.puntoacapo-editrice.com/#!123/cxjo
e sui siti online: IBS – Libreria Universitaria - Unilibro, ai link:





domenica 22 maggio 2016

LA TERRA CONTESA - Puntoacapo Edizioni



La terra contesa è quella di Palestina, le vicende che vi si narrano in forma poetica sono quelle dello scontro tra israeliani e palestinesi, le opinioni che si riportano sono quelle della gente comune: la venditrice di bibite, l'operaio, la barista, ecc. Si parte cioè dai bisogni della gente, dalle loro speranze e dai loro rimpianti, e non dalle ideologie, e lo si fa con le loro parole, non con le nostre. 









Dalla postfazione di Manuel Cohen 

Non è semplice, non è agevole, non è facile affrontare un tema tanto spinoso, dirimente e divisorio quale è la vicenda israelo-palestinese nel suo complesso. Renato Fiorito si misura con una questione che ha poco o nulla di oggettivo, continuamente soggetta come è alle sovrastrutture del nostro immaginario (di uomini, per giunta, distanti e occidentali); variabilmente segnata, come si presenta o come appare, dalle continue e giustapposte letture di contesto e visioni ideologiche preconcette e unilaterali: di volta in volta filoarabe, filoisraeliane, filoamericane, antigiudaiche, antimusulmane, antimperialiste, colonialiste, filoccidentali, filorientali.... 




mercoledì 23 dicembre 2015

CONCERTI DEL TEMPIETTO


SALA BALDINI - PIAZZA CAMPITELLI, 9 . ROMA 

SABATO, 26 dicembre  2015







ore 16.30: i poeti: 

Antonella A. Rizzo, Renato FioritoStefania Di Lino, 

Diana Cavorso, Carla De Angelis, Massimo Pacetti




ore 17.15 

Alessandro Romagnoli (pianoforte)

L. van Beethoven: Sonata in Mi Maggiore Op. 109
F. Chopin: Notturno in Re b Maggiore Op. 27 n. 2, Ballata n. 4 in Fa Minore Op. 52)
M. Musorgskij: Quadri di un’esposizione


mercoledì 16 dicembre 2015

INTERVISTA SUL CORRIERE DEL SUD

Ringrazio la giornalista Daniela Cecchini per questa lunga ma spero interessante intervista sul Corriere del Sud


La bella poesia di Renato Fiorito

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Renato Fiorito, raffinato poeta, è il fondatore del blog letterario “La Bella Poesia”, nato circa tre anni fa. All’interno del blog si svolgono tutte le attività afferenti alla divulgazione della poesia e alla sedimentazione del messaggio poetico in ogni direzione possibile, anche attraverso iniziative di carattere sociale, spesso a sostegno della solidarietà.
Nell’ambito delle attività, periodicamente vengono organizzati reading di poesia; fra essi, ha ottenuto un certo successo il reading di Castel Sant’Angelo a Roma, un’iniziativa culturale della scorsa estate di Expo Fringe Festival.
Nel 2014 il poeta ha pubblicato la raccolta di poesie “Legàmi”, alla quale è particolarmente legato, poiché fa riferimento ai rapporti umani che si istaurano nel corso della vita, che non sempre sono destinati a crescere e durare nel tempo.
Quindi, attraverso l’afflato poetico, Renato Fiorito ha affrontato, fra gli altri, anche il delicato tema del disinganno.
Inoltre, egli ha scritto due romanzi, pubblicati in modalità autogestita, dai quali ha raccolto ampi consensi.
Nella prossima primavera sarà pubblicato un interessante poema sulla questione israelo-palestinese dal titolo “La Terra contesa”.
Recentemente ho incontrato Renato Fiorito in occasione di un evento letterario ed ho avuto il piacere di parlare con lui di poesia, filosofia, cultura ed anche del “Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro”, del quale è il fondatore. Il Premio, giunto alla sua VII Edizione, anche quest’anno mantiene le caratteristiche che lo hanno fatto apprezzare negli scorsi anni: una prestigiosa giuria composta da ben undici persone, scelte tra professori universitari, critici letterari e poeti affermati e presieduto dal noto critico, poeta e saggista Manuel Cohen; la cura riservata all’informazione e la trasparenza delle procedure; una costante presenza sul web, al fine di promuovere lo studio e il confronto letterario.
La scadenza del bando di partecipazione al Premio letterario è fissata al 31 dicembre 2015.
Il dono innato di un artista è saper intuire e riconoscere l’essenza dell’universo, per consentire ai suoi simili di contemplare ogni cosa attraverso i suoi occhi e il suo spirito. In altre parole, l’arte indipendente da ogni relazione fenomenica, si esprime sempre con la pura contemplazione?
Da sempre gli uomini guardano al mistero dell’universo, dell’infinito, dell’eterno, cercando di capirne il significato e il fine. E’ una problematica aperta, mai risolta, impossibile da comprendere in ogni suo aspetto. Lo fanno gli scienziati, i filosofi, i matematici, ognuno per la sua parte; ma lo smarrimento dell’uomo di fronte all’immensità del cielo e all’eterno, resta intatto. Anche il poeta non fornisce risposte, nessuno può farlo, ma lui almeno può chinarsi ad ascoltare i fruscii dell’anima e tentare di dipanare il senso recondito delle cose, dando sollievo all’angoscia umana al cospetto della sua finitezza. Egli può offrire una sponda alla paura, dare un nome al disorientamento, un senso alla sconfitta. E’ per questa responsabilità che il poeta non dovrebbe mai chiamarsi fuori dalla realtà, ripiegarsi su sè stesso, diventare autoreferenziale e oscuro.
Il filosofo tedesco Schopenhauer afferma che l’origine dell’arte risiede nella conoscenza delle idee e il suo fine sta nella comunicazione di questa conoscenza. Secondo lei, la poesia è sempre un efficace strumento di comunicazione?
Questa domanda mi consente di approfondire il discorso sull’oscurità del linguaggio a cui accennavo. Si è diffusa negli ultimi decenni la convinzione che, poiché tutto è stato già detto e nulla di nuovo si può scrivere, per essere originali bisogna inventarsi una nuova sintassi, ricercare nuove forme espressive, altri suoni, inventare parole, non importa se incomprensibili. Questo spinge alcuni poeti a costruire versi praticamente privi di senso, che lasciano interamente sulle spalle del lettore la fatica di un’interpretazione a dir poco problematica. Ma il compito di un poeta, sicuramente più elevato che emettere suoni, dovrebbe essere quello di aiutare la gente a capire il proprio tempo, a curare le malattie dell’anima, a condividere i sentimenti. Il vate è colui che sa guardare più avanti e indicare la strada, non quello che parla a se stesso, in un delirio di autosufficienza. Se il linguaggio poetico (come qualsiasi altro linguaggio) è oscuro, viene meno alla sua stessa funzione, si marginalizza e diventa inutile, perché nella stessa misura in cui il poeta si allontana dalla gente, la gente si allontana dalla poesia ed essa si trasforma in una noiosa pratica iniziatica, dove deborda un”io” ipertrofico, innamorato di se stesso. Dice Azar Nafisi ne “La repubblica dell’immaginazione”, che “la letteratura celebra sempre la differenza, ma il culto della letteratura può diventare pericoloso quando non è accompagnato dallo shock dell’identificazione e dalla percezione di quanto siamo tutti uguali malgrado le differenze.”
L’arte in quanto contemplazione, sfugge al principio di razionalità proprio della scienza, trovando infinite espressioni nelle sue diverse accezioni. Il poeta è l’uomo universale, che rispecchia l’umanità?
No, non direi che sul poeta ricada in modo univoco questa responsabilità. La razionalità della scienza è parte del nostro esistere e della nostra cultura. Essa è certo più universale della soggettività poetica, perché se un’equazione è vera, essa rimane tale per ogni uomo e in ogni tempo. Il poeta si muove su un terreno più intimo e insidioso, fatto di luci ma soprattutto di ombre. Le cose che lascia intravedere, le relazioni tra lui e il mondo, tra le sue storie e la storia universale sono personali, opinabili, parziali, valgono per alcuni e non per altri. Tuttavia, possono sollecitare pensieri, farci rivedere opinioni e comprendere più compiutamente qualche frammento della realtà nella quale siamo immersi.
La capacità estetica in poesia sta nel riconoscere le idee fra le cose che ci circondano. Quali sono, secondo lei, le difficoltà da superare per innalzarsi al di sopra di noi stessi, andando oltre la singola individualità?
Questo è il vero mistero e il fascino dell’arte, di ogni arte, ma soprattutto dell’arte poetica. Non ci sono regole per raggiungere l’universalità, se non quella di mettersi in ascolto della nostra individualità, abbandonando gli stereotipi letterari e l’esibizione sterile di una cultura fine a sè stessa. Mettersi a nudo, questa è la sfida, poichè se troviamo la nostra verità è possibile che da lì si innesti un pensiero generalmente condiviso, dato che i sentimenti umani si somigliano al di là delle contingenze e la nobiltà del cuore non dipende dal reddito, dagli studi, dalle posizioni di potere. È anzi vero il contrario: è vero cioè che sono proprio coloro che la società scarta, i folli, gli isolati, i derelitti, quelli che sanno di più dei misteri del cuore e li sanno mostrare. Fare poesia è in fondo un mestiere a perdere: occorre dare tutto senza ricevere nulla. Chi vuole intraprendere la strada della poesia deve saperlo e non avere paura di scendere sul fondo a guardare in faccia le malattia dell’anima perché è proprio lì che si trova il terreno su cui l’umanità pianta le sue radici ed è lì che la poesia prende il volo, al di là della ristrettezze della singola individualità.
La poesia e la prosa sono costituite da concetti astratti, che necessitano di essere coordinati, affinché possano fra di loro intersecarsi. Quanto conta la conoscenza della tecnica in tutto questo?
Quella che lei chiama tecnica, non è un complesso di regole e procedimenti definiti una volta per tutte, ma piuttosto la conoscenza dell’alveo letterario nel quale ci si muove. E’ dunque studio, ma anche sensibilità, sincerità di ispirazione, conoscenza del contenuto e delle modalità per esprimerlo. Non si può essere efficaci e coinvolgenti se non si conosce il contesto del momento letterario nel quale si scrive. Sarebbe come immettersi nel traffico cittadino senza conoscere strade e segnali. E tuttavia conoscere le strade e i segnali non basta, se poi non si sa dove andare. La strada che percorre lo scrittore è in salita. Non c’è una vetta, ma solo la fatica di andare più su per allargare l’orizzonte. Non è dunque poeta chi si accontenta di dire quello che già vedono tutti ma quello che sa insegnarci a guardare più lontano.
Circa tre anni fa lei ha fondato “La Bella Poesia” un blog letterario che dirige con interesse e cura e che si propone la divulgazione della cultura nelle sue varie forme e l’interesse per la poesia. Quali sono i limiti dell’attuale mercato editoriale dai quali lei si sente totalmente avulso?
L’attuale situazione dell’editoria soffre di un sorprendente paradosso: da una parte cresce il numero di persone che pubblicano libri di poesie, dall’altra questo settore viene sempre più marginalizzato dal mercato. Eppure la perdita di appeal economico potrebbe favorire le radicali trasformazioni già in atto, in particolare un confronto culturale più libero, fraterno, aperto, che superi le scorie di una concezione competitiva dell’arte poetica .Infatti, l’esplodere della comunicazione via web consente già da tempo la gratuita circolazione delle opere. Questa grande opportunità di democratizzazione della cultura destabilizza i centri di potere e le rendite parassitarie e viene dunque avversata e sminuita, con l’argomentazione principale che essa genera confusione e assenza di selezione. Pertanto, non è raro il caso in cui accademici e critici letterari, invece di compiacersi dinanzi all’accresciuto desiderio di fare poesia, se ne rammarichino sdegnati. In realtà, non è la buona poesia che manca, è solo più faticoso trovarla.
In linea con questa convinzione, ho creato “La Bella Poesia”, volendo rendere disponibile una vetrina che, senza guardare all’importanza del nome, mirasse solo alla qualità dello scritto con rispetto, ma senza compiacenze. Liberi da motivazioni economiche, lo facciamo gratuitamente e fraternamente, per semplice amore della poesia. Qualcuno abituato ai consensi di maniera a volte si adombra, ma sono convinto che una critica rispettosa, sia più utile di tanti elogi. Purtroppo, il moltiplicarsi delle richieste e degli impegni non mi consente di fare tutto quello che vorrei. Un lavoro così avrebbe bisogno di volontari competenti che volessero partecipare a questa bellissima attività di scouting.
Ma non facciamo solo questo. La Bella Poesia, ad ogni occasione favorevole si cala nella vita e va nelle strade. Un paio di anni fa, per esempio, abbiamo portato la nostra solidarietà ai lavoratori della Città della Scienza, bruciata dalla camorra a Napoli. Siamo andati lì con una grande gabbia, ma dentro non c’erano uccellini, ma centinaia di poesie scritte dai nostri poeti che liberammo nel parco della Città, leggendoli, attaccandoli ai muri e distribuendoli agli spettatori di uno spettacolo serale dedicato agli studenti. Abbiamo organizzato feste per la poesia con centinaia di poeti giunti da tutta Italia, abbiamo realizzato incontri di piazza, tra cui uno il 25 aprile scorso nel cuore del ghetto di Roma per celebrare la festa della liberazione. Inoltre, siamo stati per tutto il mese di giugno a leggere poesie a Castel Sant’Angelo nell’ambito dell’Expo Fringe Festival. Saremo poi nell’intero mese di aprile al “Baronato qb”, vicino Castel Sant’Angelo, a leggere poesie. Uno schermo sulla strada permetterà ai passanti di fermarsi e ascoltare buona poesia. Insomma, ci siamo e cerchiamo di fare bene, sempre aperti alla gente e al talento.
Nel suo blog sono spesso presenti poeti non ancora conosciuti nel panorama letterario. Ha avuto qualche riscontro favorevole dalle sue segnalazioni?
Le racconto una cosa: tra i poeti del blog ve ne sono molti che sono orgoglioso di avere aiutato., Non faccio nomi per non trascurare gli altri, ma le racconto dei casi: una signora che lavorava in un ufficio tecnico cercava di non far sapere che scriveva poesie nel timore di perdere credibilità sul lavoro. Ora è una scrittrice che ha pubblicato due raccolte e vinti molti premi anche all’estero. Un’altra viveva in un piccolo paesino e teneva nascoste le sue poesie, perché suo marito le considerava uno sfogo personale che non voleva rendesse noto. Erano poesie di grande delicatezza che forse sarebbero andate perdute e che invece vinsero un premio e ora sono note e generalmente apprezzate. Un ragazzo faceva il DJ, mi mandò un libro di poesie che mi fece pensare a Pavese. Disse che nessuno gli aveva mai prestato attenzione. Anche lui sta percorrendo con eccellenti risultati la sua strada. I casi sono molti, del resto basta visitare il sito www.labellapoesia.info per rendersi conto di quanti si sono poi affermati nel panorama poetico italiano. Io, con discrezione li seguo sempre con grande affetto anche se ormai sono convinto che non hanno più bisogno del mio aiuto.
Oltre ad occuparsi della poesia altrui, trova il tempo di scrivere anche opere proprie? In caso affermativo, cosa ha scritto ultimamente?
L’anno scorso Lepisma ha pubblicato una mia raccolta di poesie dal titolo “Legàmi” a cui tengo molto. Sono poesie che descrivono i rapporti di affetto e solidarietà creati nel corso del tempo, il loro sviluppo, il loro incrinarsi, la loro fine. Ho scritto poi due romanzi. Uno che amo particolarmente, si chiama “Ombre” ed ha per protagonisti i clochard della Stazione Termini. L’ho pubblicato in self publishing, ottenendo gratificanti riconoscimenti ma non ho trovato ancora un editore disposto a scommetterci seriamente; così me lo tengo come si fa con i figli a cui si vuole più bene. Ad aprile invece uscirà per l’editore “Puntoacapo” un poema sul conflitto israelo-palestinese dal titolo “La terra contesa”. Si tratta di un interessante esperimento letterario che prende le mosse dal film-documentario “Route 181”. e che vuole essere un libro per capire meglio quella realtà. Sempre a marzo/aprile dovrebbe uscire anche una nuova edizione riveduta e corretta del mio romanzo “Tradimenti”. Esso ha la struttura classica del giallo, ma non è un giallo vero e proprio, piuttosto un libro sul valore della vita e sulle prove a cui questa è sottoposta.
Nell’ambito della sua attività culturale, lei organizza eventi e manifestazioni pubbliche di un certo spessore; fra essi il “Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro”, giunto quest’anno alla sua VIII Edizione. Questo premio letterario è organizzato in collaborazione con la Fondazione Don Luigi Di Liegro, che si propone di mantenere vivi la memoria e il pensiero di Don Luigi, attraverso attività sociali e culturali volte alla tutela ed al rispetto della dignità umana e al valore della solidarietà. Vorrebbe parlare ai nostri lettori di queste attività socio-culturali?
La Fondazione Di Liegro assiste, nei limiti delle sue disponibilità, persone che vivono situazioni di marginalizzazione. In particolare sostiene le persone affette da disagio psichico e le loro famiglie, chiamando a parteciparvi soggetti volontari, che organizza per supportare i servizi pubblici di assistenza. Svolge inoltre con il progetto “Labirintus” attività di contrasto ai fenomeni di esclusione sociale, sviluppando attività di sostegno in favore di persone over 40 escluse dai processi lavorativi.
La Fondazione promuove la solidarietà in favore dell’immigrazione e il sostegno alla crescita delle giovani generazioni, inoltre è attiva nel campo della valorizzazione dell'arte letteraria, quale strumento di emancipazione dello spirito e affinamento della percezione della realtà.
La Fondazione è membro effettivo del “Comitato Italiano per la promozione e protezione dei diritti umani”, una rete di organizzazioni non governative italiane, fondata nel 2002, per la creazione di una istituzione nazionale indipendente per i diritti umani.
Vorrei tornare al Premio letterario “Don Luigi Di Liegro” la cui scadenza per la presentazione delle opere è prevista per il prossimo 31 dicembre. Cosa desidera aggiungere in merito a questo significativo evento di cultura e solidarietà?
Il Premio è un mio orgoglio. Nelle mie intenzioni è per prima cosa una festa nella quale vogliamo conoscerci e darci una mano. E’ poi un premio “democratico”, nel senso che tutto quello che si fa, è noto e trasparente; sulle pagine web dedicate al premio tutti sono puntualmente informati, possono intervenire, svolgere considerazioni e criticare. I testi finalisti sono pubblicati sul sito de La Bella Poesia e, in cartaceo, su un’antologia liberamente acquistabile sul sito on-line di Feltrinelli, affichè ognuno possa leggere i testi, valutarli e fare confronti. Una giuria di 11 giurati, scelti tra professori universitari, critici letterari e poeti, assicura competenza e obiettività di giudizio. Ringrazio per questo pubblicamente tutti i giurati che prestano gratuitamente la loro opera e in particolare Manuel Cohen, critico e letterato esimio, che guida la giuria nel difficile lavoro di selezione delle opere.
Infine, posso dire che questo è un premio diverso da tutti gli altri perché non si chiude con la cerimonia di premiazione, pur ricca e bella, ma continua tutto l’anno sul web con passione, ammirazione per chi ha vinto, e grande considerazione per tutti gli altri, convinti come siamo che essi potrebbero essere i vincitori di domani. Chi volesse parteciparvi può consultare Bando e Regolamento sui siti: www.labellapoesia.info e premiopoesiadiliegro@libero.com

domenica 15 novembre 2015

venerdì 13 novembre 2015

Concurso Internacional Juan Montalvo



Questo brano, tratto dal mio romanzo "Ombre" è stato scelto per la pubblicazione nell'antologia curata dai Dipartimenti di Lingue e Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il Consolato Generale dell'Ecuador e con il Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura di Milano



Il Consolato Generale dell’Ecuador a Milano, insieme al Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura presente nella stessa città, ha scelto di collaborare con i Dipartimenti di Lingue e Letterature Straniere e di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Culturali dell’Università degli Studi di Milano nell’organizzazione di una manifestazione di più ampio respiro culturale ed etico, che aprisse alle narrazioni e alle immagini e rispondesse agli stimoli dello scritto che segue. STORIE GEOGRAFIE PAESAGGI MIGRANTI 
La geografia sociale con la sua attenzione alla mutabilità e mobilità del territorio, e la letteratura con la sua particolare vocazione a cogliere le sensibilità e a interpretare le storie dei soggetti in transito, ridisegnano una mappa per sua natura “migrante”, svelando le complessità sedimentate nel terreno, nel profilo del paesaggio, perfino nelle tracce disperse nei mari, testimoni di tratte e dolorosi distacchi dalla madrepatria. 
Un paesaggio mutevole e aperto in cui risulta preziosa la testimonianza di chi parte - il viaggiatore, il nomade, l’emigrante, l’esiliato - e le diverse prospettive di chi resta, accoglie, rifiuta, favorisce e promuove percorsi di integrazione. 
E’ stato muovendo da queste riflessioni e dalla grande sensibilità del governo ecuadoriano verso la salvaguardia dell’ambiente del nostro pianeta, che sono stati invitati italiani e stranieri a partecipare al concorso, dedicato a Juan Montalvo, prestigiosa figura letteraria ecuadoriana dell’800. La giuria internazionale, in parte composta da docenti dell’Università degli Studi di Milano, ha poi selezionato dieci opere per ogni sezione, che pubblichiamo in questo dossier.

Irina Bajini 
Università degli Studi di Milano

RACCONTI di Belozorovitch, Bianco, Castillo-Briceño,  
Fargion, Fiorito, Jara Albán, Lang Gutiérrez, Mugnaini, 
Navarrete Mier, Villa


http://riviste.unimi.it/index.php/AMonline/article/view/4148/4221



Il mare 
di Renato Fiorito 

E alla fine giunsero al mare. La sabbia era bianca sotto la luna. Era stato un viaggio breve, eppure lunghissimo per entrambi. Aveva attraversato il deserto, Hassad, per arrivare lì. Aveva visto la sua casa bruciare. Aveva visto morte e sofferenza. Era fuggito di notte su un carro, nascosto sotto la paglia, per non essere preso. Ed il deserto era diventato dapprima rovente sotto il sole, poi freddo alla luce delle infinite stelle, e poi ancora infuocato. Infine era arrivato al mare, che non aveva mai visto prima di allora, e trovata una barca per attraversarlo, lasciandosi dietro la morte dei suoi amici, dei compagni con cui aveva lottato, di quelli che lo avevano amato. Sarebbe ritornato un giorno. Lo avrebbe fatto, se ci fosse stata di nuovo una speranza per quella terra depredata e bellissima. Aveva attraversato il mare, stretto a decine di altri disgraziati, che avevano soltanto i loro vestiti e qualche dollaro avvolto nella plastica, cucito nel segreto del mantello. Fragile nascondiglio, facile da scoprire, che infatti mani sacrileghe, con la forza o con l’astuzia, spesso strappavano alla santità del loro sacrificio. Aveva attraversato il mare Hassad, ma, in prossimità della costa, anche i suoi dollari gli erano stati rubati, e l’avevano gettato in acqua con la forza, come avevano già fatto mille altre volte con altri disgraziati come lui. Alla fine, con la volontà di Allah, era arrivato a terra e si era nascosto stremato in un fosso, bagnato e tremante nonostante non facesse freddo. Vi rimase l’intera notte, poi iniziò a girare per le città, prendendo treni senza avere il biglietto e nascondendosi in vagoni merci poco controllati o su vetture zeppe di pendolari che lo guardavano con sospetto. Aveva raccolto pomodori, scaricato frutta ai mercati, lavorato in cantieri abusivi che tiravano su case in venti giorni, aveva dormito sotto mille ponti e ripari squinternati, aveva trovato la carità di pochi e le ingiurie di molti. Alla fine aveva dimenticato quello che sapeva, quello che era, quello che sperava. Hassad il clandestino, Hassad fuggito dall’odio e dalla morte, Hassad che sapeva di Ovidio e di storia romana, perché l’aveva insegnata ad Addis Abeba, non si ricordava più della sua vita e dei suoi studenti. Aveva insegnato loro l’orgoglio di essere africani, ma aveva smarrito il suo. E poi aveva incontrato quella mano, quella tenera mano di donna, quella tenera mano di donna cieca, e si era aggrappato a lei, come se il cieco fosse stato lui. Per lei, aveva ritrovato parole che credeva perdute. Le parole della complicità e della comprensione, per guidarla oltre il buio che l’avvolgeva, oltre la realtà povera e grigia, oltre l’indifferenza e l’egoismo della gente. La promessa fatta un giorno a sua madre era diventata un giuramento fatto a se stesso. “Non fare del male a Sabrina,” aveva detto la mamma morente “promettimi che non gliene farai.” E lui l’aveva promesso, su Allah, sul suo Dio e sul nostro, che poi sono la stessa cosa, poiché uno solo può essere il Dio dei cieli e della terra. “Ti giuro che veglierò su di lei e la proteggerò.” Così Hassad, che non possedeva altro che il proprio vestito, che non aveva casa, né denaro, né lavoro, che era clandestino e dunque delinquente, secondo un’equiparazione falsa e razzista, fece una promessa che non sapeva come mantenere. Ma si era impegnato, giurando a sé stesso, di raccattare negli angoli delle strade le speranze disperse, per curare le ferite che il mondo aveva inferto a quella povera ragazza, regalandole quel poco che aveva. E Sabrina, che aveva visto il padre morire sul lavoro, che era stata cacciata dalla sua casa, che credeva di morire il giorno stesso in cui aveva visto chiudersi gli occhi di sua madre, perché quelli erano i suoi stessi occhi e solo con quelli vedeva, si affidò a quella mano e le sembrò che la vita non fosse più così brutta. Ora erano al mare. La sabbia era bianca e la luna disegnava losanghe di luce sull’acqua. “Com’è il mare?” chiese Sabrina, mentre si sedeva sulla sabbia e piccoli grani freddi le scivolavano tra le mani. “Non è giusto che una persona attraversi questa vita senza sapere cosa sia il mare.” Hassad cercò lentamente le parole che potessero darle il senso di quell’immensità che le era negata. “Il mare non si può dire com’è. Il mare è acqua infinita, ed è di più, è movimento senza fine ed è di più. Il mare ha colori rubati al cielo e lascia specchiare la luna. Il mare è una curva lontana che segna il confine del mondo. Ma il mare è ancora di più, entra dentro, diventa parte di chi lo guarda, è la speranza di partire, è la certezza che la pace è possibile, è il sole che esce dalle onde e dice che, nonostante tutto, nonostante noi, da qualche parte lontana o vicina, Dio esiste.” “Hassad come fai a trovare parole così belle? Che gusto ci provi nel farmi commuovere?” I due giovani stavano sulla spiaggia, tenendosi strette le mani e sentivano i loro corpi toccarsi. Ascoltavano parole che i loro cuori riconoscevano e che non nascondevano altro che la loro felicità. Nel silenzio, si udì il richiamo di un uccello notturno. “Che colore ha il mare, Hassad?” chiese ancora Sabrina. Hassad vide i riflessi della luna sull’acqua e le disse del colore nero e di quella striscia luminosa che finiva sulla spiaggia, scherzando con le onde. E quella striscia era un nastro che avvolgeva il mondo e lo rendeva bello, come un regalo di Natale, come un fermacapelli d’argento sulla testa di una donna, come una strada di luce che conduce dove c’è ancora spazio per i sogni. “Il mare dev’essere la cosa più grande che ci sia. Come mi piacerebbe, per una volta vederlo anch’io. Dimmi Hassad, cosa si prova di fronte a tanta acqua?“ Hassad avrebbe voluto darle i suoi occhi. Avrebbe voluto strapparsi quegli occhi che avevano visto dolore e miseria, sporcizia e crudeltà, che aveva chiusi per la vergogna e l’impotenza di fronte alle miserie della sua gente e regalarglieli, perché potessero riscoprire la bellezza dimenticata e raccontarla al mondo. “Sono sporca Hassad, non è assurdo rimanere sporchi con tanta acqua?”. “Vuoi bagnarti? Puoi farlo se vuoi.” “Oh dio, se lo vorrei, ma non ho un costume, non ho niente.” “Non c’è nessuno. Siamo soli, Sabrina, non senti che c’è solo il rumore del mare?” Allora lei si tolse i vestiti laceri, si tolse tutto e restò nuda nella luna mentre un brivido di felicità le attraversò la schiena. “Come sono Hassad?”. “Sei la creatura più bella che la luna abbia mai illuminato.” “Ti sei spogliato?” chiese Sabrina. “No.” “Allora fallo anche tu!” Sentì Hassad che si toglieva i vestiti e poi la sua mano sicura che la conduceva verso l’acqua. I loro corpi erano luminosi come quelli degli angeli. Quando sentì il rumore del mare vicino, Sabrina gli lasciò la mano e si mise a correre. Corse verso quel leggero ritmico fruscio, verso l’odore fresco di salsedine, ridendo di felicità. Sentiva Hassad che le correva dietro. Tutta la vita, tutta l’emozione, tutto l’amore confluiva in quell’unico momento. Due corpi bellissimi che correvano verso il mare, che si lasciavano bagnare dalle onde, ridendo e inciampando, abbracciandosi e lasciandosi. Niente è perduto se così assurda e improvvisa può nascere dal nulla la felicità. L’acqua era calda e Hassad vedeva solo il riso di Sabrina e il suo corpo fluido che aveva la luce della luna e lo stesso profumo del mare. Al limitare della strada, le dune erano coperte di neri arbusti che profumavano di lentischio nella notte. Un brivido di freddo li colse. Tornarono a riva e la camicia di Hassad servì bene o male ad asciugare i magri corpi. Il resto lo fece l’amore ed il calore che si scambiarono segretamente e che quell’immensa spiaggia, in milioni di notti simili, aveva imparato a custodire. “Parlami di te Hassad e del paese da cui vieni.” Hassad le raccontò allora dell’Etiopia, dei piccoli villaggi, delle capanne fatte di tronchi d’albero tenuti insieme dal fango, e dei tetti di paglia a forma di cupola; e le disse dei pavimenti fatti di escrementi di mulo essiccati e delle pareti rivestite di ritagli di giornale. Ma la sua casa no, la sua casa non era fatta così, disse con una punta di orgoglio. La sua casa era un antico castello sul lago Tana, vicino all’antica citta di Gondar, che un tempo era la capitale dell’Etiopia, e che si trova sugli altopiani a nordovest del paese. Una grande casa che doveva testimoniare la potenza della sua famiglia nella regione, e che, invece, non riuscì a salvarla dalla violenza e dalla vendetta. Le parlò dei suoi tanti fratelli, dei giochi nelle strade, e di suo nonno, che era il capo della famiglia e membro autorevole del Kebelé e che, quando era bambino, gli aveva insegnato l’italiano. Le parlò della nonna che, nei giorni di festa, cucinava lo uòt, un ragù con pezzetti di pollo, montone, uova e ceci, che mangiavano insieme a una frittella piatta che si chiama njera. Altre volte invece mangiavano carne cruda intinta nel berberè, che è una salsa di peperoncino tritato, così forte da far lacrimare chi non è un vero Amhara. “Tu sei un Amhara?” “Si.” disse Hassad, che aveva capelli ricci e neri, e occhi come tizzoni che Sabrina sentiva su di sé come spilli, anche se non li poteva vedere. “Al tramonto i giovani passeggiano sulle rive del lago Tana” continuò Hassad, che ormai era preso dai suoi ricordi, “a guardare i riflessi del tramonto sull’acqua e a sentire le musiche della nostra terra. A volte c’è chi suona il begana, che è poi la lira dei greci, la stessa con cui forse Omero accompagnava i suoi versi, altri si divertono a percuotere strumenti improvvisati che hanno costruito loro stessi, come il masenko, che ha una sola corda, ricavata dalla criniera di un cavallo. Ma ciò che vorrei che vedessi davvero sono le enormi cascate del Nilo blu. Tu che ami il rumore dell’acqua che scorre, lì sentiresti come un rombo umido avvolgerti completamente e una pioggia infinita di milioni di goccioline splendenti posarsi sul corpo.” “Perché sei venuto qui, Hassad, in questo inferno senza pietà, quando la tua terra è così bella?” chiese Sabrina. “Sono scappato perché la mia famiglia si era schierata contro il governo che, seppure sconfitto alle elezioni, aveva sostenuto ugualmente di averle vinte; moltiplicò i suoi voti con brogli e mandò l’esercito nelle strade di Addis Abeba e delle altre grandi città per reprimere le proteste. A Gondar sparò sulla folla e ci furono vittime a centinaia tra gli studenti, tra la gente inerme, tra quelli che avevano creduto che la democrazia fosse possibile. I giornali dissero che quelle manifestazioni erano illegali e i dimostranti fuorilegge. La comunità internazionale si girò dall’altra parte. Così la polizia venne a cercare mio padre e mio nonno e li arrestò. Io persi il mio posto di insegnante di storia e letteratura italiana e dovetti fuggire insieme a due miei fratelli. Ma credo che solo io sia riuscito a portare a termine la fuga. Degli altri, di mio nonno, di mio padre, dei miei fratelli non ho saputo più niente.” I due giovani si distesero sulla spiaggia. Ad Hassad sembrò che la volta del cielo fosse un’enorme bottiglia di vetro scuro e che lui fosse all’interno di questa bottiglia a guardarne la volta ricurva, e che fuori della bottiglia si distendesse uno spazio sconfinato e senza tempo, il cui significato gli era precluso. Uno spazio sconosciuto all’uomo, in cui qualsiasi cosa poteva celarsi, compreso Dio, poiché nessun uomo era mai uscito fuori dalla bottiglia. Si addormentarono abbracciati, proteggendosi l’un l’altro e sentendosi come due naufraghi fluttuanti dentro il mistero dell’universo. Alle prime luci del giorno andarono via. La stazione era ancora vuota di pendolari e raccoglieva sonnacchiosa il primo sole. Si sedettero su una panchina e attesero il treno. “Vorrei non tornare in quella lurida stazione.” disse Sabrina. “Non ci torneremo.” rispose Hassad. “E dove possiamo andare?” “Una volta sono stato, con uno del mio paese, a caricare legna sopra Rieti, su certe montagne bellissime e quasi disabitate. Lassù ho visto un paesino completamente abbandonato. C’erano le case, le strade, la chiesa, ma le persone non c’erano più. Mi sembrò incredibile, e mi venne voglia di andare ad abitare in una di quelle case, di metterla a posto e restarci. Poi non l’ho fatto perché sarei stato troppo solo. Ma ora che ci sei tu, se vuoi, potremmo andarci davvero.” “Ma se il paese è vuoto, come faremo a viverci?” “Anche se è disabitato, vicino ci sono altri paesi, dove vi sono persone, negozi, fattorie e persino ristoranti.” “Sarebbe bello, ma noi non abbiamo un lavoro, non abbiamo soldi, non abbiamo niente!” obiettò Sabrina. “Non ti preoccupare. Io so come fare. Tu magari non ci fai caso, ma la gente ha così tanti beni che deve abbandonarli per strada per comprarne di nuovi. Le persone sembrano prese da una specie di frenesia che le costringe a gettare via oggetti nuovi, per sostituirli con altri ancora più nuovi e moderni, anche se le cose buttate sono a volte perfino più belle di quelle acquistate. Allora ho imparato a raccogliere questi oggetti, pulirli, aggiustarli e poi rivenderli ai mercatini ed alle fiere di paese. Ed è così anche per il cibo e per ogni altra cosa. I negozi di alimentari, ad esempio, hanno sempre merce in scadenza che devono eliminare, anche se è ancora buona. Potremmo farcene regalare un po’ e utilizzarla per le nostre necessità. In quel paesino che ti dicevo, poi, gli orti sono stati abbandonati. Noi potremmo coltivarne uno. Con pochi soldi potremmo comprare semi e farli diventare piante, comprare pulcini e farli diventare galline e raccogliere le uova per mangiarle o venderle. Per i vestiti poi basterà chiederli, Nessuno vuole più gli abiti usati; perciò, se li chiediamo ce li regaleranno volentieri, se non altro, per svuotare gli armadi stracolmi. Fidati di me. Si può vivere anche senza soldi. Ma se vuoi, sapremo fare anche quelli.” Così non tornarono alla stazione Termini ma presero una corriera che lentamente si inerpicò tra i monti, attraversando infiniti paesini sempre più piccoli, in ognuno dei quali questa lasciava scendere alcuni passeggeri, svuotandosi lentamente, come una strana clessidra che, a misura del suo tempo, sparpagliava per le montagne i suoi grani, finché, quasi vuota, si fermò alla stazione che Hassad già conosceva. Allora i due scesero, tenendosi per mano, e continuarono a salire a piedi per un tratturo che si inerpicava tra prati verdissimi, fino ad arrivare sulla piazza del piccolo paese che Hassad aveva visto a suo tempo e che era ancora completamente abbandonato. Affacciata a una finestra, una mucca pezzata ruminava tranquillamente. La casa aveva intorno un ampio orto, ormai incolto ed approssimativamente delimitato da una staccionata in buona parte crollata. Ma il tetto sembrava ancora integro e le finestre avevano gli infissi quasi in buono stato. Il sole entrava dolcemente nelle stanze e in una di queste c’era perfino un camino in pietra grigia che sarebbe tornato comodo d’inverno. Hassad pensò che quella poteva essere la loro casa e chiamò Sabrina per fargliela visitare. Lei entrò, appoggiandosi al suo braccio e sentì che la casa era asciutta e che il sole le carezzava il viso, e rise felice. Allora Hassad raccolse dalla strada una tavoletta di legno e vi scrisse sopra con un pennarello “Sabrina e Hassad” e la fissò a lato della porta d’ingresso. Sabrina si sedette su una panca, che sembrava messa lì da tempo immemorabile, e si assopì al sole. Hassad la lasciò dormire e andò a vedere se in casa c’era qualcosa che poteva tornargli utile. Trovò un letto, benché senza materasso e, in un’altra stanza, un armadio e un comò che avrebbe potuto facilmente restaurare. In cucina c’erano una vecchia madia verde e un tavolo sbilenco dello stesso colore, addossati al muro. Non era molto, ma abbastanza per iniziare, con un poco di fortuna, una nuova vita.